L’oltregiogo

Nel corso del XII secolo Genova aveva cercato di consolidare i suoi interessi e di salvaguardare la sua sicurezza a settentrione, acquistando e conquistando territori oltre il giogo degli Appennini.

Alle spalle di Genova si trovavano i feudi dei marchesi di Gavi e dei marchesi di Parodi, entrambi di origine obertenga: essi furono tra i primi ad essere interessati dalle mire espansionistiche di Genova. Nella seconda meta’ del XII secolo Genova, sia per mezzo di manovre diplomatiche, sia attraverso vere e proprie guerre, riuscì a confinare Gavi in una sorta di isolamento politico. Nel 1199 Genova e Tortona si impegnarono ad aiutarsi reciprocamente contro i marchesi di Gavi ed, infine, il 7 aprile 1201, concludendo un’alleanza con i signori di Castelletto d’Orba, Genova chiudeva Gavi anche ad occidente, isolandola cosi’ completamente. In questa situazione i Marchesi, il 16 settembre 1202, furono costretti a cedere a Genova tutte le loro terre ed a lasciare il castello, impegnandosi a non fare ritorno a Gavi se non in compagnia del podestà o dei consoli di Genova, e comunque per non piu’ di tre volte all’anno. Inoltre venne stabilito anche l’obbligo per i Marchesi di risiedere a Genova, in citta’, dove avrebbero dovuto provvedere all’acquisto di immobili per un valore pari a 3000 lire genovesi. Agli abitanti di Gavi venne lasciata un’autonomia amministrativa di tipo comunale, con propri consoli, ma il potere politico e l’amministrazione della giustizia vennero tenuti saldamente in mano da tre castellani genovesi.

Un ultimo tentativo di resistenza da parte dei marchesi di Gavi avvenne nel 1211, quando Alberto cerco’ di sottrarsi alle condizioni stabilite, trasferendosi a Genova senza la famiglia. Per questo motivo venne richiamato dal podestà affinchè egli abitasse in Genova con la moglie e con i figli, che aveva invece lasciato a Gavi. Alberto fuggì da Genova e riparò a Gavi, dove tentò la via della guerra, ma venne sconfitto e costretto, come punizione al suo atto di ribellione, a cedere a Genova per 10 anni le entrate derivanti dalla riscossione del pedaggio per il transito sulla strada di Gavi.

Crollato il dominio dei marchesi di Gavi, anche i marchesi di Massa Parodi, il cui castello rivestiva una notevole importanza poichè controllava la strada che da Gavi conduceva ad Ovada, vennero a patti con Genova. Il 24 giugno 1223 Andrea, Corrado e Opizzone dei marchesi di Massa cedettero tutti i loro diritti sul castello di Parodi e sul pedaggio di Gavi, dietro il pagamento di un prezzo pari a 500 lire genovesi e di una rendita annua di 100 lire

Il possesso dei castelli di Gavi, Parodi e Voltaggio costituiva per Genova la punta di diamante della difesa del suo territorio a settentrione ed è anche comprensibile come i signori ed i borghi delle zone intorno ad essi, vassalli di Genova, fossero obbligati a soccorrerli in caso di attacchi nemici.

Capriata d’Orba, feudo dei marchesi del Bosco, rappresentava il punto piu’ avanzato dell’espansione genovese verso la pianura Padana: gia’ il 20 settembre 1202, con un atto che, pur non riguardando direttamente Genova, venne stranamente inserito nei Libri Iurium, i marchesi Ottone ed Enrico del Bosco rinunciarono a tutti i loro diritti sul comune di Capriata e nel 1210 gli uomini di Capriata fecero giuramento di fedelta’ al Comune di Genova. Capriata, ormai dominio di Genova, si trovava pero’ circondata da terre non appartenenti ai Genovesi, ma l’intensa attivita’ diplomatica di questi ultimi rese possibile l’acquisizione, nel 1217, tramite atti di donazione, delle terre alle spalle del borgo di Capriata. Infatti, il 19 giugno 1217 Ottone del Bosco fece donazione a Genova dei castelli di Ovada, Rossiglione, Tagliolo, Campale, Silvano, Campoligure e Masone e, contemporaneamente, ne venne infeudato da Genova, secondo la consueta prassi. Tali castelli erano situati parte lungo l’asse Stura-Orba e parte sulla direttrice Acqui-Asti, per cui il commercio da Genova verso Asti avveniva esclusivamente attraverso le terre dei marchesi del Bosco e di Uxecio.

Naturalmente questa organizzazione dei territori alle spalle di Genova presentava diversi inconvenienti, non ultimo quello della lealtà dei vassalli, condizione tutt’altro che certa e duratura. D’altra parte Genova, però, contava sul timore che la sua potenza militare era in grado di incutere a chiunque avesse cercato di attaccarla, anche se non era ancora in grado di controllare efficacemente le strade lungo lo Stura e l’Orba, e faceva soprattutto affidamento sul giuramento di fedelta’ feudale per vincolare i Marchesi ed impegnarli alla salvaguardia di tutti coloro che transitavano lungo quelle strade.

Invece, nella zona a nord, sull’Orba, al confine con Alessandria, nemica di Genova, la difesa delle strade era assunta direttamente dai Genovesi; essi fecero di Capriata la base anche per la difesa del castello di Gavi.

Genova aveva occupato anche il castello di Arquata, in valle Scrivia, minacciando direttamente Serravalle, ultimo avamposto di Tortona, come sempre ostile a Genova. Tortona si trovo’ cosi’ ad essere alleata di Alessandria nel comune tentativo di fermare l’avanzata di Genova verso la pianura Padana. Al loro sodalizio aderirono quindi anche Milano, Vercelli ed Alba, formando una coalizione contro Genova ed Asti. I conflitti di interessi che seguirono la stipula di questi accordi diedero vita ad una tipica guerra intercomunale dell’inizio del XIII secolo che, alla fine, servì a Genova per provare la solidità del suo sistema difensivo in Oltregiogo e per rafforzare il suo dominio, nonchè per accrescere la sicurezza delle vie di comunicazione che portavano verso il nord dell’Italia.

A detta dell’annalista, Genova aveva proposto lungamente ad Alessandria di risolvere pacificamente la questione del possesso di Capriata e di Arquata, ma l’intransigenza di Alessandria, a giudizio della quale Capriata doveva rimanere nei territori di sua appartenenza, aveva decretato il fallimento delle trattative, giungendo, anzi, alla formazione di una coalizione contro Genova.

Da principio, nel 1224, gli Alessandrini avevano attaccato, con le loro sole forze, il castello di Pareto, sotto il dominio di Genova, ma erano stati battuti; in seguito alla sconfitta subita si erano quindi aggregati agli alleati, contribuendo cosi’ a formare un grosso esercito che si diresse verso Capriata, dando, core solito, il guasto alle colture. Nel frattempo, a Capriata era stato radunato un grosso contingente di soldati, agli ordini di Bonsignore di Arena. Quest’ultimo fece costruire un trabucco con il quale bersagliò l’esercito nemico, distruggendone le macchine d’assedio ed impedendone l’avanzata, tanto da poter tentare una sortita.

Il podestà di Genova, Brancaleone Andalò di Bologna, informato dell’attacco nemico, radunò l’esercito della città di Genova a mezzo del banditore, convocò, tramite l’invio di lettere, le truppe dei borghi del distretto genovese e dei vassalli, legati al Comune dai trattati, e si diresse con tutti i suoi uomini a Gavi, dove si fermò per alcuni giorni allo scopo di riorganizzare l’esercito. Quando tutto fu pronto, il podestà invase il territorio alessandrino, senza riuscire però ad affrontare il  nemico che, di fronte all’avanzata di Genova, si era subito ritirato verso Alessandria, abbandonando lungo la strada molto materiale bellico. Il podestà di Genova, dopo aver tenuto un consiglio di guerra, si diresse verso il castello di Montaldeo, nucleo nemico nei pressi di Castelletto d’Orba, lo conquistò e lo distrusse sino alle fondamenta, benchè fosse ipsum muri et aggere fortissimum e, nel corso dell’azione bellica, fece anche molti prigionieri. Dopo aver compiuto l’incursione contro i nemici, il podestà fece ritorno a Genova.

Appresa la notizia di quanto era accaduto, gli Alessandrini risposero muovendo verso il castello di Tassarolo, che conquistarono e distrussero con il fuoco, ed inoltre minacciarono di assediare Arquata, dalla quale però si allontanarono a causa del ritorno del podestà, il quale condusse l’esercito genovese prima a Voltaggio e poi a Montaldo, nei pressi di Acqui, caposaldo nemico.

Giunti a questo punto, fu chiaro ai Genovesi che la guerra si sarebbe rivelata aspra e costosa e, anche se Genova potava contare sulle truppe già schierate fornite dai borghi e dai vassalli, si rendeva comunque necessario trovare risorse umane e finanziarie da poter utilizzare con larghezza. Venne quindi imposto un prestito forzoso a tutti i Genovesi ed una tassa straordinaria a tutti i cittadini che non erano arruolati nell’esercito; inoltre venne prelevata, extorsit dice testualmente Marchisio, a titolo di prestito gratuito, una somma non meglio specificata a tutti coloro che in quel momento erano imbarcati. Con il ricavato di tali manovre, il Comune fu in grado di assoldare cavalieri e fanti mercenari e di corrispondere una paga ai soldati genovesi per tutto il tempo in cui essi fossero rimasti al servizio della città al di fuori dei confini pattuiti negli accordi.

La guerra venne interrotta durante l’inverno, ma riprese nell’aprile del 1225 quando, a causa del tradimento di un ricco possidente, Pietrobono di Gavi, che era passato dalla parte degli Alessandrini e dei Tortonesi, Genova rischiò di perdere Gavi. Il tempestivo intervento del podestà di Gavi, Oberto Avvocato, e di quello di Capriata, Pietro Vento, scongiurò il pericolo. Infatti, i due podesta’ radunarono le forze al loro diretto comando, aggiungendo ad esse i soldati dei castelli di Voltaggio, Parodi, Montaldo e Arquata e mossero con tutto l’esercito, così radunato, verso il borgo di Precipiano e lo occuparono. Sulla strada del ritorno, però, essi vennero attaccati da un gruppo di cavalieri alessandrini e da un numero imprecisato di Tortonesi, che li impegnarono in battaglia. Lo scontro, però, sembrerebbe aver rivestito, in realtà, il carattere di un’imboscata tesa a rallentare la marcia dell’esercito genovese, poichè, dopo che per ben tre volte i Genovesi avevano costretto i nemici a ritirarsi, vennero infine attaccati dal resto dell’esercito di Alessandria.

I soldati genovesi, ormai stanchi per la marcia e per il precedente scontro, non poterono resistere all’attacco di truppe fresche e fuggirono verso Gavi e Voltaggio, lasciando in mano nemica 27 cavalieri, dei quali 12 della citta’ di Genova, e 400 fanti.

Appena ricevuta notizia dei fatti accaduti, il podestà, benchè fosse malato, si affrettò a raggiungere Gavi e gli altri borghi in pericolo per rincuorare i difensori dei castelli e riorganizzarne la difesa. Ritornato a Genova, ebbe la notizia che, intanto, il borgo di Canelli, nei pressi di Asti, era stato assalito dai soldati di Alessandria e Vercelli. Fece quindi radunare exercitus generali, ordinando a tutti i cavalieri, ai fanti, agli arcieri ed ai balestrieri di Genova e di tutto il dominio, ovunque abitassero, di recarsi in armi a Gavi. Fu dunque a Gavi che si riuni’ l’esercito piu’ numeroso che Genova avesse mai messo in campo: 1200 cavalieri ed un numero imprecisato di fanti.

Tra i cavalieri assoldati spiccava il nome del conte Tomaso I di Savoia, il cui contratto, stipulato il 10 giugno 1225, prevedeva un servizio militare, della durata di due mesi, con l’apporto di un contingente di 200 cavalieri, ciascuno accompagnato da due scudieri ed da un paggio, tutti armati; questi uomini sarebbero stati agli ordini di tre capitani ed a ciascun cavaliere sarebbe stata corrisposta una paga di 16 lire ogni mese, comprensiva anche del compenso dovuto ai sottoposti; ciascun capitano avrebbe ricevuto una paga pari a 50 lire di Vienne, mentre al Conte sarebbe spettata una retribuzione personale del valore di 100 marche d’argento. In aggiunta era previsto, da parte di Genova, l’obbligo di risarcire al Conte i cavalli morti e le armi non più utilizzabili in battaglia.

Un altro illustre cavaliere assoldato nel grande esercito genovese fu Lotaringo Martinengo, il quale era posto al comando di un gruppo di 50 cavalieri, ciascuno con due scudieri ed un paggio, tutti armati, dei quali non viene però specificata la paga.

Accanto ai cavalieri mercenari erano presenti i piu’ importanti feudatari della Liguria: i conti di Lavagna, i signori di Lunigiana, i conti di Ventimiglia, Ottone ed Enrico del Carretto, il marchese Ottone di Clavesana, i marchesi di Ceva, il marchese Guglielmo del Bosco, tutti i castellani di Garessio, della val di Tanaro e molti altri. Avevano quindi risposto alla chiamata di Genova tutti i signori delle Riviere e dell’Oltregiogo, per dimostrare la loro amicizia e la loro fedeltà, ma pronti a mutare partito alla prima occasione.

La nuova fase della guerra si aprì con l’invio di 300 cavalieri, ognuno con due scudieri, di 20 balestrieri a cavallo e di altri 100 a piedi per il periodo di un mese, al servizio di Asti. Appena ricevute le truppe, gli Astigiani attaccarono molti castelli in mano agli Alessandrini ed assediarono Alba. Nel frattempo il podestà morì ed a capo dell’esercito venne posto Sigencello, il quale compì il suo primo atto di guerra ordinando che fosse espugnato il castello di Monteiario, finora in mano ai Tortonesi.

L’esercito genovese riuscì a vincere la resistenza opposta dai difensori del castello il 19 luglio, dopo diciotto giorni di assedio, durante i quali era stato impiegato anche un trabucco allo scopo di indebolire le mura con il lancio di pietre. Negli stessi giorni gli eserciti di Alessandria e Tortona, con il contributo di 200 cavalieri milanesi, si radunarono nei pressi di Serravalle e mossero all’assedio di Arquata, ma, quando giunse loro la notizia che Monteiario si era arreso e che l’esercito genovese si stava muovendo per portare aiuto ad Arquata, preferirono lasciare il campo e ritirarsi verso le loro linee di partenza.

L’esercito genovese rimase quindi in armi per più di sessanta giorni e, nel complesso, riuscì soltanto a cacciare i nemici dal territorio compreso tra Gavi e Capriata ed a devastare molte delle terre degli Alessandrini. Tutte queste manovre, però, non avevano portato ad alcuna soluzione utile e definitiva, e tutto si era risolto nel mantenimento dello status quo ante: un risultato che non poteva certo accontentare i Genovesi che, gia’ nel 1226, lamentarono il fatto che le spese per consentire l’allestimento di un tale esercito erano state eccessive; in effetti l’esborso finanziario chiesto ai cittadini era stato troppo alto a fronte dei risultati conseguiti, che furono, invece, molto modesti.

Trattative di pace

Distratti dalla guerra scoppiata contro Savona, soltanto nel giugno del 1227 i Genovesi diedero vita al tentativo di comporre la vertenza con Alessandria, sotto l’arbitrato di due rappresentanti di Milano.

Il 9 novembre 1227 i due arbitri emisero la sentenza, alla presenza degli emissari dei Comuni coinvolti nella spinosa questione: per la parte riguardante il contenzioso tra Genova e Alessandria per il possesso di Capriata, venne ordinato l’abbattimento delle mura del borgo conteso e di ogni fortificazione che vi fosse stata eretta nel corso degli ultimi cinque anni e la proibizione per entrambe le città, cioè Genova ed Alessandria, di costruire edifici o opere belliche; inoltre, a partire dalla data del trattato di pace, e per i cinque anni successivi, entrambe le citta’ avrebbero dovuto evitare qualsiasi tipo di ingerenza, politica, economica, commerciale o di altro genere, nei confronti della stessa Capriata, in modo da permettere agli abitanti del borgo di riprendere la coltivazione dei campi e la cura delle terre possedute. Venne anche stabilito di punire qualunque atto di ritorsione per i danni causati dalla guerra; agli Alessandrini fu ordinato di restituire il castello di Morsasco al marchese Guglielmo del Bosco e di giurare l’impegno di aiutare Genova a conservare la proprietà dei castelli di Gavi, Montaldo, Ameglio, Tassarolo e Pasturana.

Condizioni analoghe vennero statuite nel trattato fra Genova e Tortona al riguardo di Arquata: venne stabilita la distruzione del castello, causa del dissidio, con la proibizione di ricostruirlo, e la restituzione a Genova dei castelli di Montaldeo, Gatorba, Pasturana e a Tortona di quelli di Monteliano e val Borbera; inoltre il risarcimento dei danni subiti dagli abitanti nel corso della guerra e lo scambio dei prigionieri. Fu deciso anche che tutte le contestazioni sorte in merito all’entità dei risarcimenti sarebbero state definite da commissari appositamente incaricati e che qualunque altra controversia sarebbe stata giudicata da rappresentanti del Comune di Milano.

La sentenza così emessa non accontentò alcuna delle parti in causa: Genova, nelle parole di Mastro Bartolomeo, riteneva di aver concesso troppo agli avversari, addirittura più di quanto essi avevano richiesto. Alessandria, a sua volta, tentò con ogni mezzo di ostacolare l’esecuzione della sentenza, sollevando eccezioni e dubbi interpretativi.

In ogni caso, vennero disattese tutte le clausole del trattato riguardanti la demolizione dei castelli e delle opere di difesa. Infatti, per quanto concerneva il castello di Arquata, i Genovesi, che si dichiararono pronti a demolire tutte le opere difensive, in realtà non avevano ancora dato inizio alle operazioni di smantellamento e al 10 marzo del 1228 non avevano ancora provveduto a demolire il castello di Capriata, come testimoniato da una quietanza, rilasciata da Giovanni Pontarolo, capitano del castello, in ordine ad un pagamento ricevuto; naturalmente questo atteggiamento aveva profondamente irritato gli Alessandrini.

Nell’aprile del 1228 il podestà di Genova, il milanese Goffredo Pirovano, si recò, con due emissari del Comune di Milano, in valle Scrivia per constatare in che modo era stata data esecuzione alle disposizioni della sentenza. Il podestà di Alessandria, Boccazio Brema, giunse a Capriata con la scorta di un gruppo di armati in assetto di guerra, con tanto di vessilli, contravvenendo così agli accordi stipulati in precedenza. Sospettando un tradimento da parte degli Alessandrini, in quanto questi ultimi apparentemente non manifestarono l’intenzione di entrare nel borgo di Capriata, il podestà di Genova ordinò agli abitanti di abbandonare il borgo e di dirigersi verso Gavi ed egli, nel frattempo, avrebbe provveduto a distrarre l’attenzione degli Alessandrini. Quando i nemici si accorsero della manovra, invasero il borgo e lo distrussero, abbandonandosi ad atti di un’atrocita’ inaudita.

I Genovesi reagirono alla provocazione ed in questo modo ricominciò quella guerra che tanto faticosamente gli intermediari milanesi avevano cercato di portare a termine.

Il podestà di Genova, ritornato in città, predispose nuove misure militari; inoltre, ebbe un incontro con il marchese Bonifacio di Monferrato e con il podestà di Asti, Percivale d’Oria, con i quali, l’8 agosto 1228, strinse un’alleanza. I Genovesi fornirono agli Astigiani un gruppo di 60 cavalieri ed un certo numero di fanti e di balestrieri, a spese di Genova, ed anche una somma di danaro. In seguito a questi accordi, la guerra tra Genova e Alessandria, le due città nemiche, sembrò riaccendersi, ma le operazioni militari si svolsero solamente intorno alla città di Alba.

Purtroppo, la narrazione di Mastro Bartolomeo è confusa e lacunosa tanto che, alla fine del lungo racconto, l’unico dato certo è che gli Alessandrini fecero ritorno alla loro città, portando con loro alcuni prigionieri genovesi. Intanto, essendo ormai trascorsi i termini di tempo entro i quali i Genovesi avrebbero dovuto provvedere ad abbattere il castello di Arquata, i Tortonesi organizzarono una spedizione, et ultra quam contineretur in dicta sententia destruxerunt.

La guerra riprese il 30 settembre 1229, quando gli Alessandrini, non paghi di aver demolito il castello, in pietra, di Capriata ne costruirono uno in legno e vi posero a difesa alcuni uomini con rifornimenti e munizioni. La reazione di Genova fu immediata: per decreto del Consiglio furono armati 500 cavalieri, di cui 400 a spese di Genova e 100 a spese del suo distretto, ma, a tutt’oggi, non sono ancora emersi accenni ad ulteriori imprese militari, ne’ si ha conoscenza del modo in cui questi cavalieri vennero impiegati.

Nel 1230 la Lega Lombarda, durante la Dieta di Piacenza, si impegnò a fornire aiuti ad Alessandria che, così spalleggiata, mosse all’attacco di Mombaruzzo. Per parare questa nuova manovra offensiva, Genova fornì ad Asti 50 cavalieri assoldati in città ed altri 100 reclutati in parte fra le truppe dei mercenari di Opicino Malaspina  ed in parte nei borghi dell’Oltregiogo, impedendo così la penetrazione alessandrina nel Monferrato.

Si tornò quindi alle trattative per la pace, affidando questa volta la mediazione a due religiosi, ma i due arbitri non riuscirono a trovare un accordo. Venne allora nominato un terzo religioso super partes. Dopo lunghe e tumultuose discussioni, il 15 gennaio venne raggiunto un accordo: Capriata sarebbe di fatto appartenuta a Genova, la quale avrebbe potuto ricostruirne le mura ed il castello, ma avrebbe dovuto impegnarsi ad impedire ogni forma di immigrazione nel borgo stesso, consentendo solamente alle genti di Capriata di risiedervi. Genova era anche tenuta a cedere ad Alessandria il controllo della strada di Ovada e ad esentare altresì gli Alessandrini dal pagamento di ogni pedaggio.

Questa sentenza non soddisfece gli abitanti di Alessandria, per i quali la guerra aveva costituito un enorme sforzo economico. "É vero che fu loro riconosciuta una posizione di privilegio nel commercio genovese, ma il danno e lo smacco della perdita di Capriata erano una realtà concreta, mal compensata da impegni la cui validità veniva in pratica condizionata da una serie di riserve e, soprattutto, dipendeva dallo stato delle relazioni fra i due Comuni”.

Per ritorsione, l’anno successivo gli Alessandrini compirono un’incursione armata contro Capriata, dando il guasto alle colture, ma non osarono spingersi fino al punto di riaprire le ostilità con Genova.

Con il tempo, la situazione dei territori contesi nell’Oltregiogo si cristallizzò e Genova rafforzò le posizioni così faticosamente ottenute; gradatamente diede alle terre conquistate un’organizzazione politica del tutto simile a quella instaurata nel resto del territorio genovese. In questo modo Genova era riuscita ad espandere il suo dominio sulle terre di cui aveva bisogno, per garantirsi la sicurezza nell’Oltregiogo, con un’azione cominciata più di un secolo addietro e la sua ulteriore espansione venne frenata soltanto dalla ferma resistenza oppostale dai Comuni di Alessandria e Tortona.

Le terre conquistate nell’Oltregiogo divennero parte integrante del Comune genovese tanto che, nel 1248, papa Innocenzo IV le accorpò a quelle della diocesi di Genova. Così facendo sancì definitivamente la loro appartenenza a Genova.

 

Tratto dalla tesi di laurea di : Francesco Gallo Universita’ degli Studi di Genova - Facolta’ di Storia Anno Accademico 1995/96

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La Nostra Città

Il nome della nostra citta’ non ha una derivazione ben precisa, ma ci sono tendenze che vogliono farlo risalire al dio greco Giano. Altra ipotesi e’ quella che derivi dal nome latico “janua” (ginocchio? insenatura? porta? ).

Si hanno notizie gia’ dal V° /VI° a.C. d’un sito nei pressi dell’attuale colle di Sarzano, forse usato soltanto da tribu’ locali come luogo per i commerci. Durante gli scavi nella zona di S.Maria di Passione, sulla sommità appunto di Sarzano, vennero alla luce i resti d’un castellaro difeso probabilmente da un recinto in pali di legno con, al centro dell’insediamento, una costruzione con base in pietra e piano superiore in legno.

La prima cinta fortificata di cui si ha notizia e’ quella d’un recinto che racchiudeva l’attuale zona del Colle di Sarzano: scendeva verso P.za Matteotti chiudendo la città verso mare nella zona dell’attuale Palazzo S.Giorgio e risaliva verso la sommita’ del colle (I° sec. d.C.). Resti di tale cinta muraria sono ancora visibili in Via Raggio, incorporati nel tessuto murario che racchiude l’attuale chiostro di S.Lorenzo.

La cerchia di mura, forse piu’ famosa per Genova, e’ quella del 1155, conosciuta piu’ comunemente come mura del “Barbarossa”. Narra la storia che “il popolo tutto, donne, uomini, vecchi e bambini” s’adoperarono per cingere Genova con una cerchia di mura “nel breve tempo di 40 giorni e 40 notti”, intimoriti dal fatto che l’imperatore Federico Barbarossa potesse invadere la citta’ e privare i genovesi della loro liberta’.

Genova fu la prima citta’ ad avere una banca ( Banco di S.Giorgio ) a battere moneta e a fare ben presto prestiti a tutte le potenze principali del mondo d’allora. Molto presto pero’, come in altre citta’ italiane, i genovesi si divisero in fazioni guelfe e ghibelline dando origine a lotte intestine che videro in alterne vicende la supremazia degli uni e degli altri, portando quindi a potere famiglie come i Fieschi, gli Spinola, i Grimaldi, i Della Volta, i Doria ecc. Ecc.

Ben presto Genova assunse una grande importanza in campo economico anche perchè seppe cogliere l’occasione di “sponsorizzare” le crociate, occupandosi del tasporto di uomini e materiali verso la Terrasanta. Tali commerci servirono a Genova per arricchirsi sempre piu’ e crearsi nuove basi di commercio in tutto il mediterraneo, conquistando nello stesso tempo importanti domini oltremare come Cesarea, Caffa, Smirne, Antiochia ecc. Ecc.

Durante tutto il medioevo e sino alla scoperta dell’America (1492) Genova fu uno dei centri commerciali piu’ importanti sulle rotte sia di terra che di mare, rendendola una delle piu’ ricche e corteggiate citta’ di tutta Europa.

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*Disegni di Gianclaudio Baghino

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L’origine della parola Mandraccio

Forse non molti sanno che il nome di MANDRACCHIO o MANDRACCIO è riferito non solo alla zona che ben conosciamo della nostra città, ma anche ad una contrada di Napoli (ovviamente vicina al mare) ed anche di un’altra presso Livorno. Questo perché mandraccio equivale ad identificare la parte più interna di un porto, ovvero ridotto di mare.

Già in tempi remoti si denominava Mandraccio quel settore di mare compreso fra il seno delle Grazie ed il Portofranco, dove esisteva il ponte dei Coltellieri.

Il Mandraccio, indicato come lo scalo genovese più conosciuto in tempi antichi, si configurava all’origine con numerose insenature naturali che rendevano sicuro l’ormeggio delle navi ed il suo litorale valido all’impianto di arsenali e cantieri per la costruzione di triremi. Sulla riva del Madraccio si affacciavano pure alcune casupole di pescatori che formavano nel loro insieme un raggruppamento detto Bordigotto. Esse scomparvero intorno al 1100 con la costruzione del Molo Vecchio, per fare spazio alle opere portuali strutturate su principi costruttivi più consistenti.

Da quel periodo il Mandraccio si ridusse a proporzioni minime, con il ruolo di deposito di chiatte, come è detto anche in una richiesta di Matteo Chiavari, inoltrata ai Padri del Comune l’11 gennaio 1585, per due chiatte addette all’espurgazione delle acque portuali.

Circa l’origine del toponimo, essa è fatta risalire al tempo dei Romani, di probabile derivazione araba, si trova usato nell’attribuzione di altri scali durante l’Impero di Giustiniano. Probabilmente essa riproduce il latino mandraculum, diminutivo di mandra/mandria, dal greco màndra = ricetto, ricettacolo che si ascrive ad una radice man-, col senso di indugiarsi, sostare, fermarsi. Propriamente identifica il recinto, la stalla per chiudere il bestiame.

Il veneziano Zorzi, riferendosi infatti ad una denominazione in uso nel porto della sua città, scrisse: ”Costumano de dir Mandraggio uno spazio de ricovero a ricettacolo di navi e vascelli”. Qualcuno ravvisa la derivazione del nome Mandraccio dal modo con cui si chiudevano gli antichissimi angusti porti, cioè con catene e pali, come i pastori usavano chiudere i recinti dove avevano messo al sicuro le mandrie.

Ricerca di: Loredana Grubessich

 

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Genova e dintorni ultima modifica: 2015-05-31T15:00:12+00:00 da Balestriere