La bottega dello Speziale

Un professionista multiforme: farmacista ed erborista, droghiere, un po' medico, commerciante, qualche volta mago, consigliere e confidente. Insostituibile nel panorama della vita quotidiana del Medioevo genovese ed europeo, visto che il suo mestiere si intrecciava con l'attività mercantile, la medicina, la cucina e, in generale, con la vita di relazione.
La sua professione, nel Medioevo, si è evoluta nelle mani e nelle conoscenze preziose dei chierici, che, nei conventi, si rivelarono autentiche autorità in materia. In seguito fu permesso anche a persone laiche di accedere a tanto sapere, ma solo a coloro i quali si dimostrassero di grande onestà e che fossero facoltosi.
Questo valeva anche a Genova, dove, negli elenchi dei pubblici ufficiali, figuravano molti nomi di speziali, professionisti che potevano legittimamente aspirare ad una importante carica pubblica.

Della loro arte sappiamo che nella nostra città si trattava già nel sec. XIII e fu proprio questo secolo a vedere i natali dello speziale genovese probabilmente più importante - che visse e studiò alla corte di due papi, Niccolò IV e Bonifacio VIII - cioè Simone da Genova (conosciuto anche come Simone Cordo o Simone Genovese), un testo del quale, il De sinonimis, è annoverato da Saladino d'Ascoli, noto speziale del '400, fra i libri irrinunciabili di uno speziale degno di questo nome.

Divenire speziale era assai ambìto, perché significava aumentare il proprio prestigio e le proprie ricchezze.
Per accedere all'apprendistato occorreva essere di buona famiglia: infatti serviva molto denaro per mantenere un apprendista a bottega.
Egli era un farmacista, erborista e, addirittura, un po' medico: perché era in grado di preparare farmaci, medicamenti e cosmetici, autonomamente o dietro prescrizione medica; era in grado di misurarne l'efficacia e la durata, conosceva ogni singolo ingrediente dei suoi preparati ed era perfettamente capace di suggerirli per risolvere i piccoli problemi di salute.
Droghiere: perché vendeva erbe aromatiche, zucchero grezzo, sale, oggetti d'uso quotidiano come le candele, il sapone e le spugne, confezionava dolci, ma soprattutto, commerciava in spezie! Quegli aromi speciali ed esotici, che arrivavano da tutto l'Oriente (Cina, India, Malesia, Paesi Arabi) e dall'Africa del Nord. Giungevano al porto sulle navi dei mercanti Genovesi, dopo aver toccato chissà quanti insediamenti della Repubblica, come lo furono Caffa (sulle coste del Mar Nero), Acri (in Israele), Bugea e Ceuta (sulle coste africane) e l'isola di Chio (nel Mar Egeo), chiamata dai Veneziani "l'occhio destro dei Genovesi".
A questo punto lo speziale appare davvero anche come un commerciante, perché ordina le merci, al loro arrivo ne controlla attentamente la qualità, tratta sul prezzo da pari a pari con i mercanti di professione e infine le vende al dettaglio cercando di trarre guadagno, perché lui non è un ente benefico.
A volte faceva credere che, con un poco di pepe nel cibo, avresti conquistato il cuore della persona amata.
E' suggestivo ricordare il suo laboratorio nel retrobottega, con alambicchi e mortai di dimensioni gigantesche, che, al tempo, avrebbero potuto suscitare sospetto e senso di mistero, ma che oggi, sappiamo, servivano per ricavare le essenze dalle erbe per confezionare medicamenti, cosmetici e profumi.
Lo speziale era anche consigliere e confidente. Da buon farmacista, ascoltava e rispondeva adeguatamente alle domande, a volte private e imbarazzanti, dei suoi clienti.
l'introduzione di grandi navi da carico e il conseguente aumento delle merci trasportate non giocò a favore degli speziali. Infatti, quando le merci cominciarono ad arrivare in gran quantità, i prezzi scesero e le spezie non costarono più come prima.
Come ogni genovese egli possedeva una tenuta completa da balestriere.

A Genova si possono ancora visitare i luoghi dove un tempo esercitavano gli speziali, per esempio: in Fossatello, fra S. Siro e Via del Campo, c'era la spezieria (chiamata anche apotheca) dei fratelli Giovanni e Pietro, figli del medico Nicola; in Via S. Siro, dove si trovava la bottega di Antonio da Chiavari; Porta dei Vacca, ove lavorava lo speziale Ruffino; al Molo, Giacomo da Spineta.

La figura dello Speziale

Nell’immaginario collettivo la figura dello speziale è strettamente collegata alla pratica farmaceutica, tuttavia ben più ampio era il suo ruolo nella vita sociale medioevale.
Figura di notevole prestigio, inferiore solo a quella dei medici, lo speziale, antesignano del moderno farmacista, era il custode dei segreti delle erbe e delle droghe, la sua bottega era una vera officina farmaceutica. Egli basava la sua cultura sugli Erbari: in questi testi, estremamente costosi in quanto ricchi di miniature e sicuramente poco pratici, venivano descritte le caratteristiche delle piante, i nomi che poteva avere, i periodi di fioritura, l’utilizzo medicamentoso e le controindicazioni.
I primi erbari risalgono al 1500 a.C. circa, quando il faraone Tutmosis fa scolpire sulle mura del tempio di Amun un atlante naturalistico, mentre il primo erbario dipinto è frutto della volontà di Mitridate VI Eupatore (121-63 a.C.). Il costo elevato di questi testi, ricchi di miniature, fa tuttavia pensare che in realtà gli erbari fin dall’inizio non fossero effettivamente destinati all’utilizzo quotidiano e che il riconoscimento delle piante e delle loro virtù terapeutiche venisse tramandato da parte di erboristi esperti. Occorre considerare inoltre che gli erbari erano destinati ad essere copiati da diversi artisti nel corso degli anni e ciò comportava inevitabilmente una considerevole perdita di dettagli e l’inserimento di nuovi particolari anche di natura fantastica.
Fra le opere di maggior pregio si ricordano il “De materia medica”, del medico e farmacista greco Dioscoride Pedanio, che esercitò a Roma ai tempi di Nerone, che rimase in uso fino al secolo XVII, testo conosciuto anche in Oriente, tanto che fu oggetto di traduzioni in arabo e indiano;  un prontuario elaborato verso il 1140 da un Magister della celeberrima Scuola Salernitana - Matteo Plateario - ove vengono elencate più di 250 semplici, ossia le piante più facili da trovare. Successivamente, circa nel 1300, nascono i “taccuini sanitari”. Il termine viene dall’arabo tacwn che presumibilmente significa “tavola illustrata”, si trattava di manuali per vivere meglio riservati ad un pubblico limitato e molto costosi, tanto che probabilmente i primi taccuini furono creati da una sinergia tra la famiglia Scala e la famiglia Visconti. In questi testi venivano suggeriti i comportamenti sani da tenere nella vita quotidiana: aria, cibo, movimento, riposo, controllo delle proprie emozioni…
Proprio il mondo arabo entrò prepotentemente nella Storia della Medicina e della Farmacologia, grazie all’acquisizione delle conoscenze di Dioscoride, conoscenze che vennero ben presto ampliate grazie all’espansione territoriale. Esso allargò enormemente il proprio campo d’azione e di ricerca, arricchendo e integrando quel sapere, superando in modo netto ogni modello storico precedente e arrivando, così, a trattare oltre 1500 semplici e più di 3000 composti, assicurandosi il dominio sulla scena mondiale fino ad Ottocento inoltrato.
Accanto agli erbari tradizionali si annoverano gli erbari degli alchimisti che per la loro natura – collezione di figure di erbe per la maggior parte di fantasia – non possono essere paragonati ad un erbario di prestigio conservato in qualche corte signorile. Questi testi venivano utilizzati soprattutto da speziali vaganti, ciarlatani, saltimbanchi e in generale da chi praticava la medicina ambulante.

L’unico erbario genovese esistente, attualmente conservato dalla Biblioteca Universitaria di Genova è il Medicinalia quam plurima. Si tratta di un testo scritto in italiano e latino con diversi termini dialettali genovesi, contiene nozioni di fitoterapia, ricette mediche e addirittura ricette culinarie. E’ arricchito da figure di piante medicinali, ma elenca anche le modalità di produzioni delle candele o per la doratura degli oggetti: è quindi un volume che presenta concretamente tutte le attività svolte dallo speziale all’interno della sua bottega.
Il maestro speziale era quindi una persona di notevole cultura che doveva offrire al pubblico un’immagine di sé irreprensibile: il suo lavoro, di alta responsabilità, comportava l’applicazione di un comportamento non dedito a vizi. Da lui ci si aspettava il massimo della correttezza sia nella preparazione dei farmaci (evitando di sostituire gli ingredienti necessari) sia nell’utilizzo degli ingredienti stessi, assicurando quindi la loro buona qualità.  La sua preparazione farmacologica gli imponeva di conoscere origini e suddivisioni delle sostanze medicinali, così da distinguerle in simplex (farmaci di origine chimica o minerale, di origine animale, di origine vegetale) e in composita ( farmaci composti), preparazione, sia ben chiaro, di cui si serviva non solo nel laboratorio della sua bottega, ma anche nell’ambito ospedaliero, a fianco del medico.

 

Le Corporazioni

A Genova le prime notizie relative alla corporazione degli speziali risale al XIII secolo e annoverano famosi speziali come Simone Cordo o Simone da Genova, la presenza degli statuti garantiva principalmente la tutela dalla concorrenza di truffatori: a Genova per esempio veniva vietata la vendita ambulante di spezie e prodotti farmaceutici, ma si cercava di impedire anche la possibilità da parte degli speziali “titolati” di accedere a guadagni illeciti.
La normativa completa relativa alla corporazione risale tuttavia solo al 1493. A questo periodo risalgono le regole per l’ingresso all’apprendimento del mestiere i tempi necessari: viene quindi stabilito il numero di anni che l’apprendista doveva trascorrere presso la bottega (6 anni fino al 1471, fino a 8 anni nel 1518) e l’età minima per iniziare l’apprendistato.
Si stabiliva inoltre come condizione necessaria la nascita genovese: coloro che provenivano dalle tre podestarie urbane (Voltri, Polcevera e Bisagno) dovevano avere l’approvazione dei consoli e dei consiglieri.
Concluso il periodo di apprendistato il giovani speziale doveva quindi sostenere un esame e infine prestare giuramento davanti ad un notaio: dopo tale rito poteva essere iscritto nel “libro di matricola” e aprire quindi la sua bottega che però doveva distare almeno 10 case da quella del maestro. La regolamentazione del mestiere prevedeva inoltre che non si formassero società tra medico e speziale (questo al fine di evitare una possibili speculazioni), vietava il prestito del denaro tra i due e stabiliva persino il valore massimo del regalo natalizio!
Altre regole esistenti prescrivevano l’impossibilità da parte di uno speziale di subentrare ad un altro tranne nel caso in cui il precedente proprietario si fosse reso colpevole di qualche reato.
Gli speziali non potevano vendere oppiacei o veleni senza una prescrizione medica, dovevano produrre i farmaci all’interno della loro bottega, raccogliere personalmente le erbe medicinali, produrre pillole,  sciroppi e unguenti in piena autonomia. I prodotti poi dovevano essere approvati dai consoli e dai consiglieri.
Non risulta invece che la corporazione provvedesse a fornire ausilio alle vedove o agli orfani degli speziali, salvo consentire la prosecuzione dell’attività del marito affidando la conduzione della bottega ad un maestro titolato; venivano invece garantite le doti delle fanciulle da maritare.
Si può inoltre affermare che le corporazioni hanno sempre goduto di una notevole autonomia e non sono stata soggiogate al collegio dei medici.

 

La spezieria… al femminile

Benché il campo medico medioevale sia stato regno incontrastato dell’uomo, emerge un’importante figura femminile che ha rivestito un ruolo fondamentale principalmente nello studio della gravidanza e del parto.
Trotula De Ruggiero nasce a Salerno da famiglia nobile e sposa il famoso medico Giovanni Plateario il vecchio; verso il 1050 opera presso la Scuola medica Salernitana e si rende famosa per l’elaborazione di due trattati: il primo, noto anche come Trotula minor, è il De ornatu mulierum (come rendere belle le donne) e si occupa della cosmesi femminile intesa non solo come cura della propria bellezza, ma anche come prevenzione delle malattie: si descrivono unguenti per il corpo e i capelli, metodi per il miglioramenti dello stato del corpo.  Secondo Trotula infatti la bellezza è simbolo di un corpo sano e armonico.
Il secondo trattato, conosciuto come Trotula major, è il De passionibus mulierum ante, in et post partum (le malattie delle donne prima, durante e dopo il parto). La medichessa esamina con particolare attenzione i problemi intimi femminili, senza dimenticare il naturale pudore che una donna prova dovendo parlare della sua “intimità” con un medico.
Ella poneva sempre in primo piano la prevenzione delle malattie piuttosto che la cura, elargiva consigli sull’importanza della corretta alimentazione e dell’igiene ma nel caso in cui insorgesse una indisposizione svolgeva un accurata anamnesi della paziente, evitandole, quando possibile, il trauma di un intervento chirurgico.
Dagli studi eseguiti sui testi della celebre medichessa non risulta che si lasciasse influire da pratiche, allora assai diffuse, quali la preghiera e la magia, ma risente sicuramente di alcuni teorie platoniche. Tuttavia i suoi trattati dimostrano inequivocabilmente una conoscenza dell’anatomia femminile sicuramente superiore a quella dei colleghi maschi.

Anche in Liguria abbiamo conoscenza di una importante medichessa. Teodora Chighizola nasce a Carnevale, paese della Valfontanabuona nel secolo XV, sposa Bertone Chighizola e vive vicino a Rapallo, dove è conosciuta come la “Divina di Zoagli”, ma la sua fama era tale che nel 1413 viene chiamata a Genova da Battista Montaldo, figlio del Doge Leonardo che si era ammalato dopo un’ambasciata a Lodi.  Egli rimase così soddisfatto dal suo lavoro da esentare lei e la sua famiglia dal pagamento di tasse e balzelli.
Altra figura eccellente della quale si ha notizia è quella di Tommasina, donna medico di Rapallo, detta Vaticinatrix. Ella, così capace nella sua attività,  venne convocata a Genova, nel 1438,  dal Doge Tommaso di Campofregoso affinché lei lo curasse, a tale scopo egli le concesse un salvacondotto, indispensabile per raggiungere la città senza incorrere nelle disposizioni di “polizia” allora vigenti per ragioni politiche.
E’ necessario comunque sottolineare che le donne non potevano frequentare le università, si suppone quindi che il loro sapere derivasse dalla vicinanza di studiosi in privato e che il titolo di “medico” provenisse da un nobile o da qualche uomo politico influente.  Abbiamo, però, notizia di tale Bettina Gozzadini, probabilmente Bolognese,  che nel 1237 si laureò all’Università della sua città e di Dorotea Bucca, di Genova,  la quale tenne la cattedra di Medicina e Filosofia morale, sempre a Bologna, tra la fine del 1300 e i primi decenni del 1400, per oltre 40 anni.

 

Simone da Genova, un genio di casa nostra

Simone da Genova, conosciuto anche come Simone Genovese o Simone Cordo, fu un valentissimo medico speziale medioevale. Di lui abbiamo notizie più precise riguardanti la sua professione piuttosto che la sua vita personale. Egli fu archiatra1 e sudiacono2 presso papa Niccolò IV3 e cappellano presso un altro papa, Bonifacio VIII4.  Le cronache ci informano che Simone, al soglio di Niccolò IV, tradusse in latino molti testi di Medicina dall’Arabo. La sua opera di rinnovamento in campo medico ed erboristico lo impegnò, in particolare, nella stesura di un testo che è ritenuto, a ragione, il suo capolavoro per importanza e completezza, il Clavis sanationis, simplicia medicinalia latina, greca et arabica alphabetico ordine delucidata, che richiese ben 30 anni di lavoro e di ricerca accurata. Questo testo, conosciuto anche come De Sinonimis, Synonima medicinae e Liber Synonimorum, ebbe lo scopo di eliminare dalle materie medica e erboristica le frequenti confusioni di un ‘erba medicinale con un’altra, dovute, fino ad allora, ai diversi nomi dialettali o d’uso locale, confusioni che avevano prodotto effetti devastanti. A tale scopo, egli viaggiò a lungo, specie in Grecia, per verificare di persona le notizie sulle diverse erbe. Il risultato di tanta fatica fu una raccolta, in ordine alfabetico, di medicamenti resi il più completi possibile da indicazioni ottenute anche dalle sue precedenti traduzioni dall’Arabo, oltrechè dal Greco e dal Latino.
La sua opera divenne una pietra miliare della Medicina Medioevale, tanto che gli Annales del Giustiniani ci riportano che il libro “è stato in gran precio apprezzo i medici”. Sappiamo che il Clavis sanationis era talmente famoso da trovarsi nelle biblioteche di medici liguri, persino presso un medico marchigiano, tale Ugolino di Nunzio di S. Vittoria, e un lucchese, Davino di Dino del casato dei Nogarelli, archiatra alla corte di Enrico IV d’Inghilterra5.
Tale Mondino Friulano, invece, lo riassunse aggiungendovi notizie su condimenti e qualità dei cibi. Lo speziale quattrocentesco Saladino d’Ascoli, autore del Compendium aromatarium dedicato al Principe di Taranto, cita, fra i libri che un farmacista deve sicuramente avere, proprio il De Sinonimis.
Di Simone sappiamo poco di più, ma queste scarne parole, speriamo, permetteranno che egli sia annoverato, finalmente, fra le glorie di questa città, con un seggio accanto, chissà, ad Andrea Doria e Cristoforo Colombo…

 

La farmacologia araba: l’allievo supera i maestri

La cultura araba in fatto di Medicina, Chirurgia e Farmacologia aveva già ottime basi derivanti dall’assorbimento di cognizioni ed esperienze proprie delle culture di Siria e Persia,  integrate da conoscenze provenienti dall’Egitto, dall’India, dalla Cina.
Gli Arabi compresero poi l’importanza della medicina occidentale antica, in particolare quella greca, e  ne acquisirono il sapere. Per quel che riguarda il campo della Farmacologia, si ispirarono, in modo particolare al l’opera del maestri Dioscoride Pedanio, medico e farmacista vissuto tra il 40 e il 90 d.C., e di Claudio Galeno di Pergamo, vissuto fra il 131 e il 201 d.C.
Tradussero certo le opere dei maestri greci, ma quella araba non fu certo solo una scopiazzatura della medicina occidentale. Essi studiarono, osservarono in modo acuto e crearono qualcosa di nuovo.
Alla Medicina greca, aggiunsero numerose nuove nozioni, nuovi medicamenti, fino ad arrivare ad una ricchezza culturale medica, chirurgica e farmacologica che superava di gran lunga quelle precedenti; già nel IX secolo, si contavano quattro erbari compilati.
La Medicina araba con le sue conoscenze farmacologiche, si diffuse in Occidente, grazie all’espansionismo territoriale, politico e mercantile di quel popolo, specie nel periodo d’oro, tra la metà dell’VIII e la metà del XIII secolo, sotto la potente dinastia degli Abbassidi, il cui Califfato cadde, nel 1258, ad opera dei Mongoli di Tamerlano.
Tale importanza rivestì la medicina araba, in Occidente, fino a tutto il XVIII secolo.
Fra le grandi figure, ricordiamo Avicenna, medico e filosofo persiano, vissuto tra il 980 e il 1037 - il cui Cànone costituì il più importante testo di Medicina che sarebbe stato base obbligatoria d’insegnamento in Occidente fino al XVII secolo -  oltre ad Avenzoar,  Mesuè il Vecchio,  Gioannizio e Serapione, solo per citarne alcuni.

 

Note

1. Archiatra: dal Greco, “archìatros”, cioè medico capo, medico principale di una corte o di una clinica.

2. Sudiacono: nella Chiesa primitiva, era il coadiutore del vescovo, aveva compiti prettamente amministrativi ed assistenziali. Termine che risale al XIII secolo.

3. Niccolò IV: al secolo, Girolamo Masci di Lisciano (AP), Papa dal 1288 al 1292.

4. Bonifacio VIII: al secolo, Benedetto Caetani di Anagni (FR), Papa dal 1294 al 1303, noto per aver subito il cosiddetto “Oltraggio di Anagni” e per aver celebrato, nell’anno 1300, il primo Giubileo.

5. Enrico IV d’Inghilterra:  Lancaster per parte di madre, regnò dal 1399 al 1413, dopo aver costretto il suo predecessore, Riccardo III, all’abdicazione.

 

Bibliografia

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Cesti Sara,  Moro Liliana, Donne di scienza. 55 biografie dall’Antichità al Duemila, 2002
Vito Mauro, Segre Rutz Vera, Panini Cosimo (a cura di), Historia Plantarum. L’Enciclopedia medica dell’Imperatore Vencesla, 2002
Branca Paolo, I Musulmani. Per secoli li abbiamo temuti, ora dobbiamo conoscerli, Bologna, 2000
Astori Antonella, La bottega dei rimedi in “Medioevo”, anno 2005, n°9
Sterpellone Luciano, Salem Elsheikh Mahmoud, La Medicina Araba. L’arte medica nei Califfati  d’Oriente e d’Occidente, 2002
Penso Giuseppe, La Medicina Medioevale,  2002
AA.VV, La mia gente. Uomini e donne della Liguria tra storia e vita quotidiana, Genova, 1983
Saginati Liana, Lo speziale tra pubblici poteri e private virtù: la farmacia genovese nell’età moderna, in “Arte farmaceutica e piante medicinali”, 1996
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Ferretto Antonio, Medici, medichesse, maestri di  scuola ed altri benemeriti di Rapallo nel secolo XV, Atti della Società Ligure di Storia Patria, 1901
Derchi Pier Luigi, Speziali Genovesi … e Foresti, Genova, 1996
BertiniFerruccio, Trotula il medico, in Medioevo al femminile, 1989

Siti internet consultati:
www.amsacta.cib.unibo.it  alla voce “Commemorazione di Maurizio Padoa”
www.wikipedia.it
www.taccuinistorici.it
www.estabocaesmia.com.mx
http://kirbylab.duhs.duke.edu
http://www.godecookery.com

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