La bottega del Sarto
Cenni di storia del vestiario fra Trecento e Quattrocento

 

Introduzione

La necessità di una rievocazione attendibile e curata ha richiesto un approfondito studio della storia del costume, incentrato in un periodo che va dalla seconda metà del sec. XIV all’inizio del successivo.
È emerso come, in questo intervallo, la moda si sia sviluppata in maniera pressoché omogenea in tutta Europa1, pur con alcune differenze nazionali e regionali, per cui anche a Genova il vestire rispecchiava il comune indirizzo, fermo restando il predominante influsso francese caratteristico di questo periodo storico.
I genovesi sono sempre stati una razza fiera, che non a caso fece meritare alla propria città l’appellativo di Superba: pare infatti che, a partire dal Trecento, vi sia stata un’escalation nell’ostentazione e nel lusso, non certo abituale per il sobrio carattere degli abitanti della città, tanto da indurre il cronista genovese Giorgio Stella a scrivere che le guerre civili che infestavano Genova erano probabilmente le nefaste conseguenze e il giusto castigo per il lusso eccessivo e le fluenti vesti ornate preziosamente, oltre alle preziose suppellettili e ai gioielli celati nelle abitazioni2.
E infatti, scorrendo i testamenti di uomini e donne – soprattutto aristocratici – si trovano gioielli, anelli, perle, fermagli, vasellame in argento e altri materiali preziosi, per non parlare degli oggetti realizzati per essere ostentati sulla persona che, per qualità e quantità, suscitano l’ammirazione dei forestieri e la preoccupazione della Repubblica; proprio per questo motivo, nel corso del Quattrocento verranno emanate rigide leggi suntuarie3, ovvero decreti che limitavano il lusso delle persone abbienti, specificando chi poteva indossare certi tipi di tessuto e chi no, quanti bottoni-gioiello potevano comparire sulle vesti, che tipo di foderatura era consentita, a partire da quale età si potevano sfoggiare gioielli e così via.
Ma come erano queste vesti?
Di solito sia gli uomini sia le donne indossavano, a mo’ di biancheria, una camicia di lino bianca, lunga per le donne, più corta per gli uomini. Questi ultimi portavano, inoltre, una specie di mutande simile ai moderni boxer, cui fissare, mediante legacci, le calzebraghe (una sorta di calzamaglia), mentre nel caso delle donne pare non fosse contemplato un analogo capo.
Sopra alla camicia si portava una tunica dalle maniche strette, che nei documenti vieni di solito chiamata gonnella4, ed era un capo indifferentemente maschile o femminile, anche se nel primo caso era notevolmente più corto. Anzi, è proprio nel Trecento che avviene un cambio epocale nella moda maschile, per cui da una tipologia di tunica lunga fino alle caviglie si passa a una tunica corta o farsetto (un antenato della giacca), che lascia a vista le forme degli attributi maschili fasciati in una stretta calzamaglia, provocando le aspre critiche o il dileggio di molti intellettuali (fra cui Boccaccio).
A questi capi se ne potevano aggiungere altri: nel medioevo, infatti, il vestiario era formato da diversi strati, che variavano nella tipologia di tessuto, nello spessore e nel numero a seconda della ricchezza e della posizione sociale della persona che li indossava. Sia gli uomini che le donne di condizione elevata, infatti, portavano tanto in estate quanto in inverno fino a cinque strati di vesti, mentre chi era povero indossava al massimo la camicia, una tunica e il mantello, quando era molto freddo.
Nei documenti troviamo quindi termini come cioppa, guarnacca, giornea, pellanda… tutti vocaboli che indicavano sopravvesti contraddistinte da determinate differenze, come poteva essere avere o meno le maniche, possedere o no lo strascico e così via. Queste vesti erano solitamente molto ornate con bottoni preziosi, maspilli, passamanerie, foderature di pellicce e così via, mentre anche la scelta dei colori contribuiva a segnalare un certo status symbol, dal momento solo i più ricchi potevano permettersi i colori più vivaci e durevoli (ottenuti quindi con le tinture più costose), con un amore particolare per la tinta cremisi o rossa.

 

I capi più utilizzati: un po’ di terminologia

Vesti ‘di sotto’:

  • cassus: era una sorta di busto di legno che permetteva alle donne di ottenere la tipica silhouette tre-quattrocentesca: spalle tonde e cascanti, seno altissimo con scollatura vertiginosa;
  • mutande: era un capo utilizzato dagli uomini appartenenti alle classi sociali più benestanti.
  • camicia: per quel che riguardava le donne, essa consisteva in un largo camicione che arrivava più o meno a metà polpaccio, più raramente fino ai piedi e che poteva avere maniche corte o, più facilmente, maniche lunghe. Al contrario, l’equivalente maschile era assai più corto, arrivando all’incirca a metà coscia. La camicia era di lino, che all’epoca non era un tessuto di particolare pregio giacché le donne se lo tessevano in casa. Nelle classi meno abbienti pare che la camicia non fosse ritenuta indispensabile, anche se in taluni casi di estrema povertà essa costituiva l’unico capo in possesso;
  • guarnello (o anche ‘guernello’): ‘via di mezzo’ fra camicia e gonnella, era una veste casalinga di cotone di colore chiaro – solitamente bianco – che assicurava il massimo movimento nelle necessità del lavoro e allo stesso tempo garantiva la minima decenza;
  • gonnella (gamurra, socca): il termine indica una sorta di tunica ed è usato indifferentemente per il capo maschile e femminile. Nel caso delle donne, essa era lunga fino ai piedi, stretta in vita e nelle maniche, larga e abbondante nella parte inferiore; nel caso degli uomini, invece, poteva essere sia lunga, sia a mezza coscia. Era di solito sfoderata e aveva sovente le maniche staccabili, a causa della difficoltà di realizzare il giromanica.
  • farsetto (zupparello, diploide): indumento maschile che copriva il busto ed era solitamente imbottito. Si impone fra ’300 e ’400 ed è sintomo di un grande cambiamento: invece che vesti lunghe e ampie, troviamo il corpo maschile fasciato da un indumento corto e attillato che espone le gambe e gli attributi maschili. I non più giovani aggiungevano sopra la veste.

Sopravvesti:

  • cotta: ampia tunica con maniche lunghe e larghe, usata sia da uomini sia da donne, indossata con o senza sopravveste. Capo analogo alla gonnella, è però una veste di maggiore importanza, anche per la ricchezza del tessuto. Spesso nelle miniature di fine Trecento si nota il gioco della manica della gonnella che spunta da sotto la manica della cotta, più corta e ampia, nonché di colore contrastante, talvolta lasciando intravedere leziose file di bottoni;
  • cioppa: sopravveste di varia foggia, sia da uomo sia da donna, rappresenta la “roba per di sopra” più diffusa in ogni ambiente sociale. Foderata di pelliccia o seta era spesso guarnita con liste, frappe o frange.
  • guarnacca: (o supertunicale, diversa dal mantello per la presenza di maniche), che si porta sulla gonnella, o su gonnella e cotta, quando si esce di casa. Sovente è aperta sul fianco con finestrelle per lasciare intravedere la snellezza della vita. Le maniche mancano o sono aperte e corte, quasi a formare una piccola pellegrina. Le guarnacche sono solitamente molto ornate ed assortite alla gonnella. I modelli più modesti sono confezionati in panno;
  • giornea: sopravveste – soprattutto maschile – senza maniche o con maniche solo ornamentali – che non venivano cioè infilate, ma lasciate ‘pendere’ – aperta davanti e sui fianchi, ampia e svolazzante, ma stretta in vita e spesso sfrangiata o guarnita con frappe, intagli, perle, ecc. Veste adottata dal XV secolo anche dalle donne;
  • mantello: lungo fino ai piedi, per le stagioni più calde era foderato in seta, mentre, per l’inverno, di vaio o di ermellino. Era solitamente agganciato con un fermaglio sul mezzo davanti, oppure poteva avere un cordone con piccole nappe. Un mantello più corto era il rocco;
  • pellanda: ampie e lunghe, diffuse nel primo Quattrocento anche fuori d’Italia, le pellande erano adottate sia dalle donne sia dagli uomini e in particolare da quanti, per età o per dignità della posizione politica o sociale occupata, non ritenevano opportuno indossare vesti corte o aderenti. Si trattava quindi di un capo elaborato, riservato a persone di elevata estrazione sociale, da portare con o senza cintura, con o senza cappuccio, ma generalmente arricchito da maniche decorate e da strascico quando a portarlo era una donna. Di solito, sopra alla pellanda non veniva indossato il mantello, essendo già un capo bastantemente pesante e impegnativo.

 

La questione delle maniche

Ancor oggi si usa dire: “E’ tutto un altro paio di maniche!” per indicare che una certa questione è ben diversa da quanto si stava dicendo. Questo modo di dire affonda le sue radici nel Medioevo, quando, cioè, le maniche erano separabili dal vestito.
Ciò accadeva per più motivi; innanzitutto, a causa della difficoltà di realizzare il giromanica: dagli storici del costume viene infatti rilevato come, a partire dal Trecento, le maniche non si taglino più addoppiate orizzontalmente nella larghezza della stoffa, ma vengano tagliate a parte e cucite alle spalle, senza peraltro che si sia trovato un modo per dare agio al gomito nei movimenti, perché il taglio all’imbocco della manica è simmetrico e non concede una maggior lunghezza nella parte esterna del braccio (problema tecnico che, del resto, sarà risolto soltanto nell’Ottocento)5.
Secondariamente, le maniche staccabili erano molto comode perché permettevano di pulire solo la parte del vestito che si sporcava di più (non dimentichiamo che lavare i panni nel Medioevo era molto impegnativo e si preferiva quindi farlo il meno possibile…).
Infine, si affermarono pian piano motivi legati al gusto e alla moda, soprattutto a partire dal Quattrocento, quando sorse l’uso di attaccare maniche di colore diverso dal vestito.
Già all’inizio del Duecento, quindi, le maniche furono semplicemente unite al resto dell’abito con nastri o bottoni6. Osservando le miniature e gli affreschi di fine Trecento - inizio Quattrocento si nota però che tale soluzione non viene enfatizzata attraverso bottoni-gioiello o nastri sgargianti come avverrà nei secoli successivi, ma piuttosto dissimulata o solo sottolineata dalla passamaneria. Ovviamente, chi se lo poteva permettere faceva attaccare dai propri servi la manica adatta all’occasione, come testimoniato dal seguente brano del Roman de la Rose: “A gruppi di due, tre, sette o otto, si sedettero per lavarsi le mani. Il posto, tutt’altro che spiacevole, era verde come solo d’estate può esserlo, cosparso di fiorellini blu e bianchi. Prima di cucire le maniche, si lavarono gli occhi e i bei visi. Le dame di compagnia, pare, prepararono filo e gomitoli che portavano nelle loro scarselle. Non mancava proprio niente”7.
E’ inoltre famoso l’aneddoto di fine Trecento su Santa Caterina che voleva rivestire un povero (in realtà Cristo stesso) assai insistente, il quale non si accontentò di calzebraghe e tunica, ma chiese per giunta un paio di maniche, per andar via ‘veramente rivestito’8.

 

Caratteri della moda in Europa fra Tre e Quattrocento

Quando si parla di moda, il riferimento principale è ovviamente alle classi più agiate, che potevano permettersi di cambiare vesti a seconda dei nuovi gusti. Nonostante ciò, anche i contadini sapevano che l’abito è un segno di distinzione sociale e amavano, appena era loro possibile, vestirsi nei giorni di festa di panni colorati e ornati. Non di rado perciò troviamo nei corredi femminili anche meno forniti una cintura decorata o un paio di maniche dal bel tessuto.
Nel lavoro, però, si indossava il minimo indispensabile: i contadini rappresentati intenti nei campi indossano solo una camicia e una tunica trattenuta da una cintura e semplici brache, mentre le donne sono raffigurate in camicia e guarnello9.

Unitarietà del diffondersi della moda.
Differentemente dai secoli precedenti, a partire dal secondo Trecento la moda inizia a diffondersi in maniera omogenea in Europa. Un esempio: Boccaccio, nel suo commento alla Divina Commedia (1373), rileva come Dante venga riconosciuto da tre compaesani sulla base del suo abbigliamento, scrivendo: “Puossi in queste parole comprendere, … che quasi ciascuna città aveva un suo singular modo di vestire distinto e variato da quello delle circumvicine; perciocchè ancora non eravam divenuti inghilesi e tedeschi come oggi agli abiti siamo”.
Dice ancora il Sacchetti in una sua novella: “nei miei dì … tutto il mondo è unito ad avere poca fermezza; perocchè gli uomini e donne Fiorentini, Genovesi, Viniziani, Catelani e tutta Cristianità vanno a uno modo, non conoscendosi l’uno dall’altro”10.

Cambiamento ‘epocale’ della moda maschile
Si tratta di un mutamento equivalente al cambiamento della moda femminile avvenuto nel secolo scorso, quando, in pochi decenni, si passò dalle gonne lunghe alla minigonna.
A partire dalla seconda metà del Trecento, infatti, la moda maschile cambia drasticamente passando dalle tuniche lunghe a quelle corte che mostrano le forme degli attributi maschili.

Critiche della vecchia generazione alle novità della moda.
La diversità della nuova moda diventa anche sintomo di stacco generazionale fra giovani e vecchi. Vediamo ad esempio le parole del cronista di Saint-Denis che imputa la sconfitta di Crecy (1346) all’orgoglio e all’amore per la ricchezza, puntualizzando che “grande fu anche la disonestà di chi si vestiva e dei diversi abiti che correvano comunemente per il reame di Francia. Perché gli uomini avevano robe così corte e così estrose che era loro necessario aiuto per vestirsi e spogliarsi”. Simile opinione aveva dato il Villani (Firenze) pochi anni prima.
Scrive di nuovo il Boccaccio: “i moderni giovani … amano ristrignersi la persona, fare epa del petto, non in sui lombi ma in su le natiche cingendosi … vanno facendo la mostra alle femmine che son maschi…”.

Moda maschile:
Come già accennato, l’abito maschile del Trecento è la risultante dell’evoluzione dell’abito ‘lungo e largo’ d’inizio ’300 che, a partire dagli anni ’30 e in modo piuttosto rapido, si accorcia e si restringe così da diventare corto e stretto agli inizi degli anni ’60. Questa tendenza della moda, così fasciante, esigeva che anche le gambe fossero strettamente inguainate, ma le calze di stoffa – antenate dei calzoni – impedivano i piegamenti, per cui andavano slacciate dalla giubba (tra l’altro mettendo in evidenza le ‘mutande’, evidenziando un cambiamento nel senso del pudore).
Questo cambio della moda va anche di pari passo con un mutamento nel senso della bellezza, per cui all’uomo massiccio d’inizio Trecento si sostituisce l’uomo asciutto e slanciato di fine secolo.
Addirittura, verso gli anni ’70 si iniziò a imbottire la parte superiore del farsetto per far risaltare l’esilità della vita. Anche per questo la cintura viene abbassata sui fianchi, in modo da ‘fermare’ con il suo peso una veste di foggia, tutto sommato, ‘innaturale’. Quest’uso scomparirà ad inizio Quattrocento, con l’ulteriore accorciarsi delle vesti.
Altro particolare tipico del tardo Trecento è la moda della pettinatura cosiddetta a scodella, ovvero che lascia scoperta parte della nuca. È una pettinatura francese che, però, ha una discreta diffusione anche in Italia.

Moda femminile:
Anche nel vestiario femminile, pur mantenendo in generale una foggia costante (vita alta, attillatura nel busto, grande quantità di stoffa nella parte inferiore della veste) avviene una continua evoluzione, rilevabile da tanti piccoli particolari.
All’inizio del Trecento, la manica della sopravveste è notevolmente più corta (arriva all’altezza del gomito) rispetto alla sottostante, ed è inoltre piuttosto attillata, ma allungata nella parte inferiore (in alcuni casi, creando un lembo di stoffa svolazzante). Sopravveste e gonnella appaiono però essere dello stesso colore e tessuto. In alcune località (ad es. in Italia centrale) si realizzano capi, sia maschili che femminili, in due colori differenti divisi longitudinalmente. L’area toscana tra l’altro si caratterizza per un gusto particolare nelle vesti femminili che, invece di alzare la vita sotto il seno, la fa scendere più in basso, ponendo la cintura quasi sulle anche, in modo da sottolineare la leggera prominenza del ventre
Verso la metà del secolo inizia l’uso di diversificare cromaticamente la sopravveste e la gonnella, che vengono realizzate non solo in colori diversi, ma possibilmente fortemente contrastati (rosso-blu, blu-rosa, verde-bianco…). La manica della sopravveste, a volte ripiegata per evidenziarne la foderatura, è più corta e più ampia della sottostante, che è invece molto attillata e spesso decorata da bottoni.
Inizia inoltre la moda di acconciare i lunghi capelli in due bande, avvolte in nastri o reticelle di perle – le terzolle o gli intrecciatoi – , in modo da incorniciare il viso, passando sopra le orecchie e incrociandosi sopra la testa.
Le scarpe sono in tessuto prezioso – calze solate – dalla caratteristica forma a punta e vengono sovente realizzate in rosso.
Negli anni ’70-’80 del secolo è inoltre in voga l’uso della scollatura da spalla a spalla, molto criticata dai predicatori perché assai accentuata.
Tra fine Trecento e il primo ventennio del Quattrocento la moda diventa assai ‘estrosa’, ampliando a dismisura le maniche della sopravveste – o pellanda –, frastagliandole e adornandole, dotando la veste di lunghi strascichi, senza quasi più far emergere il vestito sottostante.
Si dice che siano state le mogli dei mercanti fiorentini, genovesi e veneziani, che qualche volta viaggiavano al seguito dei mariti, a importare dalla Francia la moda delle maniche larghissime avendo a cuore l’interesse dei mariti, che ben sapevano quante braccia di tessuto fossero necessarie per la confezione di esse!
È  in questo periodo che i capelli acconciati in bande sulla testa lasciano il posto alla loro ideale prosecuzione, il balzo o torcolo, un ‘tubo’ di stoffa colorata, non necessariamente in pendant con il vestito, che in alcune occasioni ‘contiene’ i capelli raccolti, mentre più frequentemente ne è ormai distaccato e viene semplicemente appoggiato sul capo. Si tratta di una acconciatura tipicamente italiana. Col proseguire del Quattrocento il balzo assumerà dimensioni sempre maggiori.
A partire dai primi del Quattrocento inizieranno fra l’altro ad usarsi le maniche tagliate dette ad ali, lunghe fino ai piedi, facendo emergere nuovamente la manica sottostante, sovente sbuffata nella lunghezza del braccio, ma attillata con tutta una fila di bottoni all’altezza del polso (manica a gozo).
Per tutto il sec. XIV grande importanza venne tributata ad alcuni accessori, come, ad esempio, la cintura, spesso in metallo prezioso o perlomeno ricamata in oro o in argento. Al contrario, a partire dal Quattrocento le cinture iniziarono a essere assai semplici, talvolta riducendosi a fasce di stoffa morbida.

 

I colori11

L’attività dei tintori si applicava sia alla produzione di stoffe indigena che a quella straniera; riguardava sete, lini, cotoni e impiegava materie tintorie che provenivano d’oltremare, come l’indaco, il brasile, la porpora, ma anche reperibili nella penisola italica come il  guado, la robbia, lo scotano, lo zafferano e l’oricella.
La clientela che aveva maggiori disponibilità economiche si orientava prevalentemente verso i rossi accesi e i blu intensi, mentre il verde nelle sue varie nuances – a partire dal festichino che era la più chiara – e i biavi, cioè gli azzurri, erano i colori più richiesti in un ampia area sociale composta da persone di condizione non sempre agiata. La gamma degli azzurri comprendeva il vivace perso, l’alessandrino, ovvero un turchino cupo, il più chiaro sbiadato e l’aerino, ancor più delicato. L’azzurro era inoltre il colore dominante nell’ambito dei ‘fornimenti’ da letto e molto usato per vesti e complementi. A determinare l’affermazione delle tinte azzurre contribuì, oltre a un cambio nel gusto, anche il fatto che alla metà del Trecento la produzione di guado, con cui si producevano tali sfumature, divenne cospicua e consentiva di rispondere senza difficoltà alla domanda crescente di panni tinti in questo colore.
Colore per antonomasia delle stoffe fu, per secoli, il rosso, che nella tonalità più intensa poteva essere definito scarlatto, grana o chermes; altra tonalità era il paonazzo. Il rosso caratterizzava le vesti per le occasioni importanti, ma anche gli accessori e gli ornamenti: l’iconografia prova come le scarpe, tanto maschili quanto femminili, fossero frequentemente di tale colore. Ma il rosso dominava anche negli interni delle case, decorate con arazzi e tappeti arricchiti da tali nuances. Il ricorso all’uno o altro colore distingueva ricchi, meno ricchi, popolani e miserabili, assegnando a questi ultimi le tonalità bigie e conferendo spicco al privilegio dei primi grazie agli scarlatti e ai paonazzi delle loro vesti. Insomma, i rossi erano colori da ricchi o da giorni di festa.
Al contrario, colore non molto amato era il giallo, spesso utilizzato per bollare categorie di marginalizzati – a seconda del luogo, ebrei o meretrici. Ciò non era sempre vero, e non mancano esempi di vestiario o parte di esso – magari le maniche o le calzebraghe – in tale tinta, ma, troviamo scritto da alcuni storici, il giallo e il bruno non piacevano semplicemente perché trovati brutti12.
Il nero era un colore difficile da ottenere; proprio per questo motivo, mano a mano che si affinavano le tecniche per renderlo durevole, esso si affermò alla fine del Medioevo – nel Quattrocento inoltrato –  come colore assai pregiato, da utilizzare nelle occasioni più importanti, compresi… i matrimoni.

 

Cenni sull’uso del cotone13

Durante il Medioevo, in Italia, il cotone era coltivato in Calabria, Puglia e Sicilia. In queste regioni veniva utilizzato in piccola parte per la tessitura di tele per il consumo locale, mentre la parte maggiore della materia non lavorata era destinata all’esportazione verso il nord della penisola, il cui approvvigionamento era agevolato grandemente dall’attività portuale di Venezia e Genova.
Nelle regioni settentrionali si può dire che non vi fosse città in cui non si producessero tessuti in cotone.
A partire dal sec. XII numerose fonti rivelano l’ampiezza e l’intensità del commercio di cotone e di tessuti di cotone, in particolare di fustagni, per lo più di fabbricazione italiana.
Il ‘boom’ della circolazione di tessuti in cotone era in gran parte dovuto alla necessità di sopperire alla penuria di lana, causata dalla destinazione dei terreni necessari ai pascoli in terreni destinati alla coltivazione. In generale, quindi, i tessuti di lana erano molto costosi e inaccessibili alla gran parte della popolazione. Ci si risolse a cercare di creare dei tessuti misti con la minor quantità possibile di lana (le medielane) oppure a rivolgersi ad altre tipologie di tessuti, come i fustagni.
La parola ‘fustagno’ nel Medioevo designa un tessuto di cotone mischiato a lana o lino; è possibile che già allora la particolare finitura lanuginosa della superficie fosse caratteristica comune, mentre non pare che l’armatura – a tela o diagonale – avesse influenza sulla definizione del tessuto.
La grande presenza di tessuti misti che emerge dalle fonti conferma l’orientamento di base delle manifatture italiane verso la commercializzazione di stoffe durevoli a basso prezzo adatte per l’abbigliamento quotidiano e per l’arredamento, soprattutto tendaggi e biancheria da letto.
Al momento pare di poter affermare con sicurezza che il cotone, a parte rari casi, non facesse parte del guardaroba degli aristocratici almeno fino al Settecento.
Purtroppo la mancanza di ricerche approfondite sull’abbigliamento delle classi più povere impedisce di poter quantificare la diffusione delle stoffe in cotone, anche se, per analogia con gli usi delle altre nazioni, si può desumere un loro vasto utilizzo sia per abiti di lavoro maschili, sia femminili.

Non risulta che a Genova ci fosse un Arte dei Fustagneri, presente invece in altre città italiane; i produttori di manufatti in cotone appartenevano infatti all’Arte dei Candelari e Bambaciari, di cui abbiamo i Capitoli dell’Arte (manoscritti di regole che la Corporazione si dava autonomamente) per il sec. XV. Fra le cose interessanti di questi manoscritti, rileviamo che:

  1. coesistono le due definizioni di bambacium, dal greco,  e di cotono, dall’arabo;
  2. grande attenzione è rivolta affinché i prodotti destinati alla marineria siano di ottima qualità, perché una produzione scadente avrebbe potuto rivelarsi pericolosa per i naviganti;
  3. gli iscritti alla corporazione genovese potevano tessere: velatarum (cotone e canapa), fustaneorum (cotone e lino) e più in generale manufatti in cotone e lino.

 

Fonti e bibliografia

Le fonti
I mezzi principali per lo studio della storia del vestiario nel medioevo sono le fonti scritte e le fonti iconografiche, le une complementari alle altre. Infatti le diciture riportate in testamenti, leggi suntuarie, inventari, doti, cronache o romanzi (dell’epoca) non bastano da sole, perché sovente non sono descrittive e uno stesso termine in aree geografiche differenti può avere significati diversi; d’altro canto, le fonti iconografiche (miniature, dipinti e affreschi) vanno valutate con attenzione per discernere quanto sia attendibile e quanto frutto della fantasia dell’artista, anche se si può ragionevolmente ritenere che un pittore non abbia motivo per riprodurre particolari descrittivi inesistenti.
È quindi dall’interazione fra i due tipi di fonte che si possono delineare alcuni punti principali, fermo restando che, non disponendo di una ‘macchina del tempo’, certi particolari rimarranno sempre nell’ombra.

Bibliografia
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Theatrum Sanitatis – codice 4182 della R. Biblioteca Casanatense, Roma, 1940, pp. 5-31.
Levi Pisetzky Rosita, Storia del costume in Italia, 1964, voll.II e III
Ghiara Carola, L’arte tintoria a Genova dal XV al XVII secolo. Tecniche e organizzazione, Bologna, 1976
Naso Irma, Una bottega di panni alla fine del Trecento. Giovanni Canale di Pinerolo e il suo libro di conti. Collana Storica di Fonti e studi, Genova, 1985.
Robotti C., Moda e costume negli affreschi della sala baronale, in Le arti alla Manta, a cura di Carità G.,Torino, 1992
Giorgetti Cristina, Manuale di Storia del Costume e della Moda, Firenze, 1992 (?)
AA.VV., Il costume al tempo di Lorenzo il Magnifico, Firenze, 1992
Muzzarelli Maria Giuseppina, Gli inganni delle apparenze, Torino, 1996
La fontana della giovinezza – un itinerario senza fine tra arte e psicologia, a cura di Berruti Paolo, Firenze, 1996.
Frugoni Arsenio e Chiara, Storia di un giorno in una città medievale,Bari, 1997
Muzzarelli Maria Giuseppina, Guardaroba medievale, Bologna, 1999
Petti Balbi Giovanna, Circolazione mercantile e arti suntuarie a Genova tra XIII e XV secolo,  in Tessuti, oreficerie, miniature in Liguria - XIII-XV secolo, a cura di Calderoni Masetti Anna Rosa, Di Fabio Clario, Marcenaro Mario, Bordighera 1999, pp. 41-54.
Jacoby D, Genoa, silk trade and silk manufacture in the mediterranean region (ca 1100-1300), in Tessuti, oreficerie, miniature in Liguria - XIII-XV secolo, Bordighera 1999.
Frugoni Chiara, Medioevo sul naso, Bari, 2001
Belgrano Luigi Tommaso, Della vita privata dei genovesi, Genova, (1875) 2003.
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Santa Dorotea, miniatura, ms. r. 7.3, f. 244r., Modena, Biblioteca Estense
Databile alla fine del sec. XIV. Da notare la pellanda con collaretto e bottoni.

Note

1. Robotti C., Moda e costume negli affreschi della sala baronale, in Le arti alla Manta, a cura di Carità G.,Torino, 1992, pp. 163-173.
2. Petti Balbi G., Circolazione mercantile e arti suntuarie a Genova tra XIII e XV secolo,  in Tessuti, oreficerie, miniature in Liguria - XIII-XV secolo, a cura di A.R. Calderoni Masetti, C. Di Fabio, M. Marcenaro, Bordighera 1999, p. 47.
3. Cfr. Cataldi Gallo Marzia, Storia del costume, stora dell’arte e norme suntuarie, in Disciplinare il lusso. La legislazione suntuaria in Italia e in Europa tra Medioevo ed Età Moderna, a cura di Muzzarelli M.G. e Campanini A., Roma, 2003, pp. 179-198.
4. Levi Pisetzky R., Storia del costume in Italia, 1964, vol.II.; Gonnella, tunica, sottana. Dal Quattrocento: gamurra.
5. Levi Pisetzky R., Storia del costume in Italia, 1964, vol.II, p.15.
6. Frugoni C., Medioevo sul naso, Bari, 2001, p. 104.
7. Verdon Jean, Feste e giochi nel Medioevo, Milano, 2004, p.22
8. Frugoni C., Medioevo sul naso, Bari3, 2001, p.108.
9. Muzzarelli M.G., Guardaroba medievale, Bologna, 1999, p. 78.
10. Robotti C., Moda e costume negli affreschi della sala baronale, in Le arti alla Manta, a cura di Carità G.,Torino, 1992, pp. 163-173.
11. Muzzarelli Maria Giuseppina, Guardaroba medievale, Bologna, 1999, pp. 152-168.
12. Huizinga J., L’autunno del Medioevo, pp. 389-390
13. M. Cataldi Gallo, Jeans per caso, in Jeans! Le origini, il mito americano, il made in Italy, Firenze, 2005, pp. 15-25

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