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La bottega del pittore
Come funzionava la bottega?
Sebbene oggi si sia abituati a pensare al pittore come a una persona spinta a esprimer si in campo artistico principalmente per il suo genio e la sua passione, nel Medioevo la situazione era diversa e, nonostante il talento fosse una caratteristica irrinunciabile per avere successo, l’ambito in cui il pittore si muoveva non era tanto quello dello ‘studio’, come diremmo oggi, ma piuttosto della ‘bottega’.
Infatti sovente il pittore era anche un buon imprenditore che, come ogni altro artigiano, doveva far funzionare in maniera efficace ed economicamente vantaggiosa la sua bottega, procacciandosi buone commissioni (cioè ordinazioni) da clienti danarosi e importanti e organizzando il lavoro in modo da sveltire la produzione, addirittura a volte con una sorta di catena di montaggio in cui il garzone preparava gli strumenti e i colori, l’apprendista (o gli apprendisti) eseguiva le fasi principali del lavoro e il pittore impartiva i tocchi finali, aggiungendo la firma come garanzia. Questo ad esempio era proprio il modo in cui Giotto organizzava il suo lavoro, soprattutto quando l’accresciuta fama lo portò a dover accettare molte più commissioni di quante potesse sostenerne.
La pittura a tempera su tavola: descrizione sintetica della tecnica
Innanzitutto va scelta e preparata la tavola di legno; si preferiscono essenze quali il pioppo, il tiglio e il salice, da usare solo dopo una lunga essiccazione e dopo aver tolto e stuccato gli eventuali nodi.
Per realizzare dipinti di grandi dimensioni vanno ovviamente assemblate più tavole, da unire con colla o con listelli di legno.
Successivamente la tavola va preparata tramite impannatura e ingessatura. La prima operazione consiste nel porre sulla tavola brandelli di tela – possibilmente vecchia e sfibrata, affinché sia inerte – intrisi di colla; la seconda nello stendere su di essa varie mani di un misto di gesso e colla fini, creando una superficie piana da lisciare accuratamente una volta asciugata.
Si può quindi procedere con il disegno a carboncino, sommario ma già chiaroscurato, da fermare con acquerella d’inchiostro.
Passo successivo è l’eventuale posa della lamina d’oro. Per preparare la tavola a ricevere l’oro si dovevano prima ben definire e incidere le sagome, dopodiché si procedeva nella stesura a spugna del bolo, ovvero della colla, su cui si poneva infine la sottilissima lamina d’oro.
Infine si giunge alla coloritura vera e propria, che si ottiene temperando i pigmenti in polvere con il rosso dell’uovo, che ne costituisce il legante. Il termine ‘temperare’, infatti, si traduce oggi con l’espressione ‘stemperare’ i colori, o anche mescolarli in misura giusta, e indica il fatto di mescolare i pigmenti colorati con acqua e con altra sostanza agglutinante, nel nostro caso il tuorlo.
Volendo, una volta terminato il dipinto – bisognerebbe far trascorrere almeno un anno – si può stendere una mano di vernice o di bianco d’uovo montato e poi lasciato a riposare.
Il Libro dell’Arte di Cennino Cennini
Cennino Cennini, pittore toscano, visse a cavallo fra Trecento e Quattrocento. Pur vantandosi di discendere – dal punto di vista artistico – direttamente da Giotto (essendo suo maestro Agnolo Gaddi, figlio e allievo di quel Taddeo Gaddi discepolo di Giotto) egli non è famoso tanto per la sua produzione pittorica, quanto piuttosto per aver composto un famoso trattato sulle tecniche artistiche in uso nel suo tempo, il Libro dell’Arte (intesa come arte/corporazione dei pittori).
La sua biografia è piuttosto scarna a causa della scarsità di documenti. Si sa che nacque a Colle Val d’Elsa (Siena) in data imprecisata nella seconda metà del sec. XIV; che, come già accennato, fu allievo di Agnolo Gaddi per circa dodici anni; infine che si trasferì a Padova dove fu “pittore famigliare del magnifico signore” Francesco da Carrara. Qui con ogni probabilità scrisse il suo Libro, come comprovato dal tipo di linguaggio utilizzato.
La riscoperta del testo avvenne nel 1821, quando fu realizzata la prima edizione a stampa, tratta da un codice vaticano settecentesco. Ad essa vennero però mosse alcune critiche dal punto di vista filologico, esistendo fonti ben più antiche cui fare riferimento.
Del Libro esistono infatti tre Codici: due sono conservati a Firenze e sono il Laurenziano (78 P.23, risalente ai primi del Quattrocento) e il Riccardiano (2190, della seconda metà del Cinquecento); il terzo è a Roma (Vaticano, Ottoboniano 2974) ed è quello su cui si basa l’edizione del 1821.
Del 1859 è invece l’edizione dei fratelli Gaetano e Carlo Milanesi, che si basarono sul Laurenziano e ancora più sul Riccardiano.
Bibliografia
Cennino Cennini, Il Libro dell’Arte, a cura di Brunello Franco, Vicenza, 1998.
Le tecniche artistiche, a cura di Maltese Corrado, Milano, 1973
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