Sulle note del passato

 

La musica a Genova nel XV sec.

Pur non essendo rimasti molti spartiti dell’epoca, in gran parte distrutti o sparsi per il modo, sappiamo da testimonianze e documenti del tempo, che la vita musicale genovese di questo secolo fu molto fertile e rigogliosa.
Il musicologo Remo Giasotto cita diversi musicisti che diedero lustro alla città. Tra questi, Nicola Grenon, musicista didatta nella cattedrale di Cambrai, chiamato a Genova fra il 1426 e il 1427 “per risollevare le sorti della liturgia musicale romana decaduta dopo lo scisma di Avignone”.
O, ancora, l’arrivo di ben cinque musicisti fiamminghi (alloggiati a Palazzo Ducale) che portarono anche nella nostra città la loro dotta tecnica polifonica.
Altri due importanti compositori genovesi furono Johannes de Janua (le cui opere si trovano nel codice Estense Latino del 1410 assieme a quelle di Guillaume de Machiaut) e di Antonio de Janua, musico a Genova nel 1456. Inoltre, mastri organari famosi, quali Isacco Argiropulo e Giovanni Toriano da Venezia furono chiamati a Genova negli ultimi decenni del 1400 per rinnovare gli strumenti di Palazzo Ducale e di San Lorenzo. Non solo, da una intervista del critico musicale Andrea Casazza a Leopoldo Gamberini (musicologo fondatore del gruppo vocale e strumentale I Madrigalisti di Genova) sappiamo che in quegli anni a Genova era operante Franchino Gaffurio, teorico della musica fra i primi a studiare i concetti di armonia e autore della celebre Teoria Musicae (1492) le cui musiche venivano eseguite nelle case dei nobili dove era attivo anche come precettore di gran fama. D’altra parte sappiamo che la musica faceva parte della quotidianità dei genovesi perché l’intervento dei musici era comune sia in occasione di feste (nozze, periodo di Carnevale, il “piantar Maggio”, ecc.) o di avvenimenti importanti come l’arrivo in città di personalità politiche eminenti. Infine, come in altre occasioni emerge però il carattere austero del governo repubblicano che si preoccupa di emettere (nel gennaio 1474) un proclama che limitava l’attività musicale in città, addirittura multando fino a 50 ducati e condannando, anche a tre tratti di corda chi avesse accolto mimi o suonatori.

Miscellanea di notizie sulla musica medievale

 Il codice londinese
Si tratta di un manoscritto che si trova alla British Library di Londra, risalente alla fine del sec. XIV, ma che si riferisce ad un repertorio della seconda metà del  secolo. Raccoglie otto Istampite, musiche vocali o strumentali (due delle quali probabilmente composte in occasione del matrimonio di Giangaleazzo Visconti con Isabella figlia di Carlo V re di Francia); quattro saltarelli, certamente funzionali al ballo; il Lamento di Tristano e la Manfredina, con le rispettive Rotte. Queste ultime due composizioni sono costituite da due parti: il ballo vero e proprio (lento e cantabile) e la Rotta, variazione ritmica più vivace, in contrasto con il tema precedente. Tale accostamento di temi e ritmi diversi sembra anticipare la "Suite" (successione di danze diverse) che si evolverà fino a raggiungere il massimo splendore nell' epoca barocca (v. Bach), ma che si trova anche nelle danze popolari ancora oggi eseguite nell'Appennino bolognese (saltarello con ballo e tresca) e nelle valli occitane (gigo di San Peire con ballo e balet).

 

Notazione quadra
Nel secolo XIV è già in uso la notazione quadrata  in cui le precedenti virga (suono ascendente) e punctum (suono discendente) avevano preso il nome rispettivamente di longa e breve. A questi si aggiunsero poi il multiplo duplex longa e il sottomultiplo semibreve. Inoltre apparvero in questo periodo la minima e la semiminima e venne introdotto l’uso delle note bianche (di maggior valore di quelle nere).

Personaggi musicali e strumenti nel Decameron
Come abbiamo accennato nel cartellone il Decameron di Boccaccio ci offre una valida testimonianza di quelli che erano gli strumenti più in voga nel XIV sec; i quali sono affidati sia a componenti della brigata (Fiammetta, Lauretta, Dioneo, Tindaro ecc...) sia a protagonisti delle novelle (Minuccio d'Arezzo, Calandrino, Monna Belcolore):

Fiammetta: suona la viola e canta ( I e IV giornata )
Lauretta: canta e balla ( III giornata )
Emilia, Filomena, Neifile, Pampimea, Panfilo: cantano e ballano
Dioneo: suona il liuto e canta ( I giornata )
Tindaro: suona la cornamusa ( IV e VII giornata )
Minuccio: suona la viola e canta ( ultima giornata )
Calandrino: suona la ribeca ( IX giornata )
Monna Belcolore: suona il cembalo ( VIII giornata )

Flauti (origine dei nomi):
Guillaume de Machaut poeta e compositore francese del 1300 chiama i flauti “flaustes traversaines” e “flaustes dont droit joues quand tu flaustes” ossia “flauti traversi” e “flauti che tu tieni dritti quando suoni” (flauti dritti).

Il flauto a tre buchi:
Esisteva anche un flauto a tre buchi formato da uno stretto e lungo tubo coi i fori posti all’estremità (due davanti e uno dietro) che venivano chiusi con la mano sinistra; la mano destra accompagnava l’esecuzione con un tamburo a tracolla o al polso.

Il flauto traverso (provenienza):
Il flauto traverso giunse in Europa dall’Asia attraverso Bisanzio, piuttosto che dall’Etruria o da Roma. In un trattato greco dell’800 d.C. sono menzionati come plagìoi e raffigurati in miniature greche dei secoli X e XI. Il flauto veniva spesso abbinato al tamburo cilindrico e dalla fine delle crociate è stato considerato uno strumento marziale.

Cembalo (altri particolari):
Il numero delle coppie di sonagli era mutevole, ma solitamente erano cinque. Nel Medioevo e nel Rinascimento lo strumento veniva usato in modo diverso dalla tecnica attuale: la mano lo impugnava dalla parte inferiore tenendolo in posizione verticale Era chiamato in provenzale Temple Timbre in francese e Timbrel in inglese. In italiano è conosciuto come Cembalo (vedi Boccaccio). 

Altri strumenti a corda
Salterio: chiamato anche mezzo cannone, strumento consigliato alle donne, poteva essere anche a corde percosse ( diffuso nelle zone del nord Europa conosciuto come dulcimerin Inghilterra e Hackbrettin Germania); ha la forma di un trapezoide simmetrico con i lati non paralleli diritti o curvati verso l' interno e corde metalliche.                 
Liuti: ne esistevano di diverse dimensioni, raggruppati in due generi:
I Liuto lungo: con manico snello e sottile due o tre volte più lungo della cassa quasi circolare più diffusamente con tre corde
II Liuto corto: con cassa piriforme con lunghezza totale di circa un metro e mezzo con un numero di corde che poteva variare da quattro a sei (con piroli non sempre corrispondenti) pizzicate mediante l' uso di un plettro o delle dita
Crotta: fornita di sei corde delle quali quattro venivano strofinate da un arco e le altre due pizzicate con le dita
Ghironda: chiamata anche viola da orbo lo strumento veniva tenuto in grembo; le tre corde, accordate all' unisono, sono fatte vibrare contemporaneamente mediante lo sfregamento di una ruota azionata da una manovella posta su un lato; lungo il manico, una piccola tastiera permette di eseguire con precisione i suoni.                

Bibliografia
Giasotto Remo, La musica a Genova nella vita pubblica e privata dal XII al XVIII secolo, 1951
Enciclopedia della musica, UTET, Torino, 1985
Sachs Curt, Storia degli strumenti musicali, Milano, 1980
Casazza Andrea, La musica a Genova nel XV secolo, in I Madrigalisti di Genova, Genova, 2004
Calvino Prina Federica, Appunti di Storia della danza del Trecento italiano, Genova, 2005


Tabulature dei branle da Orcheosographie di Thoinot Arbeau


Posizione delle mani sul flauto, dal Musica getuscht (1511), f. Miiij r.


Famiglia di flauti diritti composta di un basso, due tenori e un soprano,
da Musica instrumentalis deudsch (1529), f. 8v.

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