C’era una volta un re
Giocare nel Medioevo

C’era un volta un re, Alfonso X re di Castiglia detto “el Sabio” (cioè “il saggio”, 1221-1284) che scrisse un libro, il Libro dei giochi (Il libro de los juegos, de açedrez dados y tablas), in cui si proponeva di riassumere le regole dei giochi di scacchi, dadi e quelle che oggi chiameremo tavole, tutti quei giochi che, nobili e meno nobili, popolani, facevano per passare piacevolmente le ore di “ozio”, i momenti che non volevano o non potevano trascorrere all’aperto svolgendo altre attività.

Conosciamo meglio questo re…
Alfonso X nacque a Toledo il 23 Novembre 1221; figlio primogenito di re Ferdinando III il Santo e di Beatrice di Svevia, divenne re di Castiglia e Leon nel 1252. Non le attività militari e politiche, soggette ad alterne fortune e a contrasti implacabili, bensì una grandiosa opera nel campo delle lettere e delle scienze gli valsero l’appellativo di “Saggio” e fama imperitura.
Egli attuò nell’arco di trent’anni una sorta di enciclopedia del sapere universale, non solo pubblicando libri nuovi, ma soprattutto facendo tradurre i testi di maggior rilievo degli Arabi e dell’antichità classica.
Riunì a corte un gruppo di lavoro formato da studiosi ebrei e cristiani riservando a se stesso il compito di direzione e coordinamento generale. Segnalava le fonti a cui ispirarsi, tracciava il piano delle opere (per lo più giuridiche, storiche e scientifiche), redigeva prologhi, rivedeva i testi e, a volte, ne correggeva il linguaggio che doveva essere conforme al Castigliano vero. Dell’immensa produzione di cui egli fu l’ispiratore citiamo tra i titoli più importanti :
Las Siete Partidas: il codice medievale di maggior rilievo e la più vasta opera legislativa dai tempi dei giureconsulti romani.
Il Lapidario, il libro delle pietre, le tavole Alfonsine, tavole astronomiche destinate a sostituire le toledane e diffuse a tutto il ‘400.
Inoltre Alfonso X scrisse personalmente nella tradizionale lingua gallego-portoghese 420 composizioni poetiche, tra le quali spicca una pregevole raccolta di argomento religioso, Las Cantigas de Santa Maria.

Il Libro dei Giochi, scritto nel 1283, poco prima la morte di Alfonso, è così suddiviso :

  • la prima parte è composta dai fogli da 1 a 64 che contengono l’introduzione e il Libro degli Scacchi - il numero dei fogli riflette i 64 quadrati della scacchiera.
  • La seconda parte occupa i fogli dal 65 al 71 ed è il Libro dei Dadi; il simbolismo è chiaro: sette fogli come sette è la somma dei punti sulle facce opposte di un dado.
  • La terza parte è il Libro delle Tavole in cui Alfonso tratta 12 diversi giochi tra cui il gioco delle Todas Tablas, o Tavola Reale, antenata del nostro Backgammon.
  • La Quarta parte è il Libro degli Scacchi Decimali cioè gli scacchi giocati in una scacchiera 10x10.Viene inoltre presentato il gioco degli Scacchi Grandi giocato su una scacchiera 12x12 e con pezzi molto strani, tra cui il Grifone, l’Unicorno, il Leone e la Giraffa.
  • La quinta parte contiene un’altra versione degli scacchi, gli Scacchi delle Quattro Stagioni e Il Mondo, gioco delle tavole circolare per 4 persone.
  • La sesta parte, dal foglio 91 al 93, è il Libro dell’Alquerque
  • Ed infine la settima parte, dal foglio 94 al 98, contiene un gioco astronomico, chiamato Escaques. I giocatori rappresentano vari pianeti, su un tavoliere che ricrea il cielo stellato, con costellazioni dell’universo tolemaico.

E in questo viaggio attraverso il gioco medievale seguiremo le tracce lasciate da Alfonso X nel suo libro iniziando a trattare degli scacchi, poiché per usare le parole di Alfonso “è il gioco più nobile e più grande”
Iniziamo dalla leggenda che come tutte le leggende che si rispettino, anche questa inizia con “C’era una volta un re….”

Come tramandato nelle antiche storie dell’India vi era un re che teneva in gran considerazione le opinioni dei saggi uomini di cui si circondava e dava loro spesso da ragionare su argomenti riguardanti la natura delle cose .
E sull’origine dei giochi questo re si ritrovò ad avere tre uomini saggi con tre diverse opinioni.

Il primo sosteneva  che il cervello valeva più della fortuna perché colui che viveva secondo il proprio senno agisce con buon ordine e se al gioco gli capita di perdere, di nulla egli è responsabile poiché ha  fatto le cose più appropriate.
Il secondo  disse che la fortuna valeva molto più del cervello perché se per sorte capita di vincere o perdere, non importa quanto cervello si possa avere, la sorte non si può evitare.
Il terzo disse che migliore era colui che poteva vivere seguendo l’uno e l’altra, cervello e fortuna, poiché nell’uso della testa risiedeva la prudenza e se non si può evitare il destino segnato dalla sorte, si può tentare di limitare il proprio danno attraverso l’assennatezza .

 E dopo che ebbero esposto le proprie opinioni il re ordinò loro di portare un esempio per comprovare ciò che avevano sostenuto e diede loro il tempo che chiesero.
Essi andarono via e consultarono i loro libri, ciascuno in accordo alla propria tesi.
Quando il tempo fu scaduto, ciascuno di essi arrivò davanti al re con un proprio esempio.
Colui che portò come opinione il senno portò gli scacchi con i suoi pezzi mostrando così che solo colui che ha più cervello e si dimostra più perspicace  può vincere.
Il secondo portò il dado mostrando che il cervello non poteva niente contro la fortuna poiché sembra che solo attraverso il caso gli uomini arrivino ad un vantaggio o al proprio danno.
Il terzo che sosteneva  che la miglior cosa era seguire entrambi, senno e fortuna, portò le tavole con i suoi pezzi contati e disposti ordinatamente nei loro spazi e con il dado che li muoveva.

 

Gli Scacchi

Il gioco degli scacchi deriva da un gioco che ha origine in India attorno al VI secolo, il chaturanga: questi, secondo l'indirizzo interpretativo prevalente, ha in seguito dato origine a varie forme del gioco nelle diverse regioni asiatiche (scacchi cinesi, coreani e giapponesi) e occidentali: presso i Persiani dapprima (che, modificandolo, lo chiamarono shatranj), quindi gli Arabi e infine nell'Europa medievale. Altre fonti, diversamente, attribuiscono al gioco cinese l'origine del gioco indiano.
Non trascurabile è, inoltre, il probabile influsso che nell'area greco-ellenistica possano aver avuto, nei primi secoli dell'era cristiana, giochi da tavolo greci e romani sul più tardo gioco indiano.
Dall'area indo-persiana il gioco, a seguito della conquista araba della Persia, si è diffuso nella civiltà araba (dopo l'VIII secolo VIII-IX secolo X sec) dove conobbe uno sviluppo anche nella teoria del gioco: il primo trattato scacchistico di cui si ha conoscenza, opera di un medico di Baghdad, fu scritto nell' 892. Dagli Arabi ha conosciuto una diffusione verso nord seguendo due direttrici: attraverso l'Oriente bizantino verso la Russia e la Scandinavia (dove sembra attestato prima che in Occidente) e tramite la al-Andalus Spagna araba, e probabilmente la Sicilia, in tutto l'Occidente europeo.
In Europa, le prime fonti risalgono all'inizio del XI secolo. Tra queste, significativi il testamento del conte di Urgel (Catalogna) che lascia alla Chiesa tra i suoi beni una scacchiera ed una lettera del Cardinale Pietro Damiani al Papa Alessandro II del 1060 in cui denuncia la diffusione del gioco.
In Spagna nel XIII secolo fu redatto il nostro manoscritto, il Libro de los juegos che trattava "scacchi", la "tavola reale" (antenata del più moderno Backgammon) e Dadi.
Dall'Europa araba il gioco si diffuse nel resto del continente, favorito anche dal successo che aveva nella cultura cavalleresca, nonostante fosse fortemente contrastato dalla Chiesa.
Inizialmente, in Europa le regole non differivano dal gioco arabo, lo shatranj, (evoluzione del chaturanga) caratterizzato da una scacchiera senza colori e da regole che rendevano piuttosto lento lo svolgimento del gioco: la fersa (la donna nella successiva evoluzione) muoveva diagonalmente di una sola casella, l'elefante (poi alfiere, o vescovo) muove di tre sole caselle in diagonale potendo saltare gli altri pezzi, i pedoni muovono sempre di una sola casella e promuovono sempre a fersa, gli altri pezzi muovono secondo le regole odierne tranne che non esiste arrocco.
Nel corso dei secoli, la necessità di velocizzare il gioco, in particolare essendo le partite  giocate per scommessa, comportò progressivamente l'adozione di movimenti più veloci, soprattutto dell'alfiere e della donna, e all'adozione di regole non comuni: nel Libro del Acedrex scritto da Alfonso X il Saggio nel 1283, il movimento dei pezzi presenta già alcune variazioni, con la donna più mobile, in questo libro il gioco degli scacchi è considerato imitazione di una battaglia, un combattimento tra due eserciti nemici dove la scacchiera è il campo di battaglia e ogni armato sul campo è pronto a difendere il proprio Re. Infatti proprio come sul campo di battaglia il re non può essere catturato (mangiato) ma “disonorato” non può fare grandi movimenti ma può essere solo protetto, può essere bloccato (scacco) o costretto ad allontanarsi (scacco matto) cioè sconfitto.
Altro trattato di scacchi, il De Ludo, scritto da un frate, Jacopo da Cessole, risale al primo  XIV secolo.   
Alla fine del XV sec in Italia, o secondo altri in Spagna, vengono definitivamente fissate le regole moderne del gioco.

Dal libro dei Giochi :
Poiché abbiamo parlato del gioco degli scacchi, giocato con il cervello, per quanto si e’ potuto, vogliamo ora parlare del gioco dei dadi per due ragioni:
la prima perché il dibattito tra i saggi uomini, come abbiamo visto all’inizio del libro, era su chi fosse il migliore tra cervello e fortuna. L’altra ragione è perché se i giochi con le tavole sono più nobili e rispettabili, questi non possono essere usati senza il dado ed e’ quindi opportuno parlare prima di loro.

Alfonso prosegue la parte sui dadi descrivendo come questi debbano essere costruiti - un cubo a sei facce tutte delle medesime dimensioni - e di quale materiale debbano essere fatti, ovvero in osso - i migliori perché rotolano meglio -, legno o ferro.
Il libro descrive 12 giochi con i dadi tra cui ricordiamo : A maiores, A menores, Tanto en uno quanto en dos, Triga, Azar,  Azar pujado e Guiguisca.

Alfonso descrive tutti questi giochi tacendo sulla legalità e moralità di questo tipo di passatempo.
La velocità di esecuzione, la semplicità delle regole, l’abbinamento a scommesse in denaro determinarono una rapida diffusione anche, ma non solo, tra la popolazione di più bassa estrazione.
Il timore che il gioco d’azzardo turbasse le attività quotidiane portò la Chiesa e le autorità cittadine a bandire il gioco d’azzardo e a infliggere pene pecuniarie a chi lo praticasse.
Nel XIV secolo a Parigi furono emanati bandi in cui erano previste sanzioni per coloro che fossero stati sorpresi mentre giocavano ai dadi. Stessa sorte a Genova: il divieto di ludere ad taxillos era inoltre  previsto negli statuti a Torino, Verona e Bologna.

Per quel che riguarda Genova possiamo citare il seguente passo tratto dai Regesti di Valpolcevera:

Contro il bando dei Capitoli del Comune di Genova per la citata potestà, giocarono al gioco dei dadi nella taverna del citato Rollandino posta in Bolzaneto, lui presente, volente e consenziente, lo stesso Rollandino permise loro di giocare contro la regola del sopracitato Capitulo.

Possiamo inoltre citare un estratto dello statuto di Cosio in Valle d’Arroscia:

[sia condannato] chiunque giochi ai dadi nel possedimento del castello Cuxio o giochi a qualunque altro gioco dove compaiono i dadi, a meno di non giocare per una posta pari a un denario di vino [un dodicesimo di soldo].
Allo stesso modo sia condannato colui che giochi in casa sua o nelle vicinanze e chi sia trovato giocare a qualunque altro gioco, sia questo Capeleta minor, media libra, inferius, e buschetam ; per vino e per denaro durante il giorno e ad eccezione del gioco degli scacchi; Per suo dovere che la giustizia possa procedere attraverso un solo  testimone, e che questi sia considerato attendibile,  contro coloro che hanno prestato denaro o scommesso con i giocatori,.
E colui che accusa i giocatori di sua spontanea volontà che abbia la terza parte della sanzione pecuniaria  e che la giustizia non tenga conto per i giocatori di quanto questi hanno guadagnato.

Dunque il gioco d’azzardo era proibito, ma consentito se l’ammontare della scommessa non superava la somma di un denario di vino (un dodicesimo del soldo).
Abbiamo inoltre altri esempi di deroghe, come scrive Luca Tosin nel suo opuscolo sul gioco dei dadi in Liguria :

Ad Albenga il gioco d’azzardo era consentito dalla festa di San Tommaso apostolo (21 dicembre) fino all’Epifania, dal 21 dicembre fino al 1 gennaio a Diano.

Infine a causa del suo dilagare si arrivò alla legalizzazione de facto dell’azzardo. Limitandoci alla realtà  ligure possiamo citare l’esempio degli statuti di Albenga del XIV secolo, che ribadiscono l’illegalità del gioco d’azzardo, ma istituiscono nel 1373 una apposita gabella che il Comune diede in appalto a privati, definendo che l’esazione della gabella ludi sive basihazarie (1386) fosse tenuta in particolari luoghi dove l’appaltatore poteva tenere banchum.
Nel 1388 il comune di Albenga elenca i luoghi in cui era permesso giocare. Così come nel 1393 viene ribadito il divieto del gioco al di fuori dei luoghi consentiti .
Fatto sta che tutti questi divieti e tentativi di legalizzazione, non solo in Liguria, ma anche nel resto d’Italia  non conseguirono il risultato voluto.
Ricchi, poveri, mercanti, contadini, furbi e allocchi tutti giocavano a dadi, soprattutto nelle taverne ove spesso avremmo potuto assistere  a scene quali quella descritta dal sommo poeta  Dante: 

Quando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara;
con l'altro se ne va tutta la gente;
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
e qual dallato li si reca a mente;
el non s'arresta, e questo e quello intende;
a cui porge la man, più non fa pressa;
e così da la calca si difende.
(Divina Commedia, Purgatorio, Canto VI)

Le Tavole

Il libro de los juegos descrive 14 giochi con le tavole : Las quinze tablas, Los doze canes, Doblet, Fallas, El seys, dos e as, El emperador, El medio emperador, La pareja de entrada, Cab e Quinal, Todas tablas, Laquet, La buffa cortesa, La buffa de baldrac, Reencontrat.

In questa sede si è scelto di trattare di tre giochi, famosi nel medioevo, ma anche in epoche precedenti ; l’Alquerque, la Tavola Reale(antenato del famoso BackGammon) e la Tela o Mulino.

Alquerque
Le origini dell'Alquerque non sono note. I primi riferimenti scritti al gioco risalgono al X secolo, ma si ritiene che il gioco esistesse da molto prima. Alcune incisioni che riprendono il tavoliere dell'Alquerque risalgono al XIV secolo a.C.; la più nota si trova nel soffitto del tempio di Kurna, in Egitto.
Il gioco viene menzionato nell'opera in 24 volumi Kitab al-Aghani (Libro delle canzoni) di Abu al-Faraj (X secolo).
La prima descrizione delle regole appare invece nel Libro de los juegos, il quale tratta i seguenti tipi di Alquerque :  Alquerque de doze, Alquerque de cercar la liebre, Alquerque de nueve, Alquerque de tres.

Tavola Reale
La Todas Tablas (Tavola Reale), antenata del backgammon.
L'origine del backgammon viene comunemente fatta risalire a circa 5000 anni fa per la scoperta di un suo presunto lontano predecessore trovato nella tomba di un re sumero durante gli scavi nell'antica città mesopotamica di Ur, nell'attuale Iraq. Una successiva scoperta, però, sembra poter anticipare la data di nascita di circa 100-200 anni e trasferire il luogo di nascita nell'attuale Iran, a causa del ritrovamento di una tavola durante gli scavi archeologici della città di Burnt nella provincia sud-orientale del Sistan-Baluchistan.
È probabile che successive migrazioni ne abbiamo permesso una diffusione sia verso Occidente che Oriente favorendo la nascita di numerose varianti. Vista la sua antichissima origine è facile comprendere come siano potute nascere col tempo anche numerose leggende sulla sua paternità. Una di queste attribuisce l'invenzione al re di Persia Ardashir Babakan, della dinastia dei Sasanidi, un'altra ad un antico saggio indiano di nome Qaflan. Una variante di nome Sennet era probabilmente in uso anche nell'antico Egitto. Sono state trovate delle tavole risalenti al 1500 a.C. nella tomba di Tutankhamen così come degli affreschi raffiguranti delle tavole simili a quella attuale.
La diffusione della tavola, nelle sue diverse varianti, non si arresta e raggiunge la Grecia: Platone accenna alla popolarità di cui un gioco simile godeva tra i Greci. Sofocle ne attribuisce l'invenzione a Palamede, che in tal modo passava il tempo durante il lungo assedio alla città di Troia (Asia Minore). Omero lo menziona nell' Odissea.
Un gioco costituito da una tavola e tre dadi si conquista il suo posto d'onore anche nell'antica Roma; era conosciuto come Ludus Duodecim Scriptorum (Gioco delle dodici linee), che successivamente prese il nome, probabilmente anche subendo delle modifiche, di Alea (dado) o Tabula (tavola).
Il gioco doveva essere molto diffuso in tutte le classi sociali. Gaio Svetonio Tranquillo, nelle sue 'Vite di dodici Cesari, descrive così l'interesse maniacale che l'imperatore Claudio  nutriva per quel gioco: «Con gran passione giocava ai dadi, su la quale arte mise fuori anche un libro; e soleva giocare anche in viaggio, facendo adattare il cocchio e il tavoliere in modo che il giuoco non si scompigliasse»
Invece gli scavi di Pompei riportarono alla luce dei dipinti murali all'interno di una taverna che raffigurano lo svolgimento di una partita a tabula, terminata tra reciproci insulti.
Le legioni romane permisero una certa diffusione del gioco (in Britannia era appunto conosciuto col nome di Tables), ma probabilmente esso seguì le sorti della caduta dell'Impero romano, perdendo via via di popolarità.
In Asia veniva giocata una versione chiamata Nard già prima dell’IX secolo, che differiva dalla Tabula principalmente per l'uso di due soli dadi. In Cina si diffuse col nome di T'shu-p'u, in Giappone era invece chiamato Sugoroku.

Una rinascita del gioco in Europa si ebbe durante le Crociate, quando i soldati conobbero la versione del tawla dagli Arabi (takht-e nard, o semplicemente Nard, in lingua persiana).
Nonostante i numerosi tentativi da parte della Chiesa di bandire il gioco perché ritenuto d'azzardo, la sua diffusione nel Medioevo fu tale che gli storici contano diverse varianti allora in voga, come: Tavola Reale in Italia, Tables Reales in Spagna, Tavli in Grecia, Tavla in Turchia, Tric Trac in Francia, Backgammon o Tables in Gran Bretagna, Puff in Germania, Vrhcaby in Cecoslovacchia, Swan-liu in Cina, Golaka-Krida in India.
Gli storici hanno spiegato come, nel backgammon, sia stato rappresentato il ciclo annuale e giornaliero della vita umana: i 24 punti rappresentano le 12 ore del giorno e le 12 della notte ma anche i 12 mesi dell'anno, le 30 pedine i giorni del mese. Anche i due dadi possono rappresentare il giorno e la notte e la somma dei punti ai lati opposti di un dado può far riferimento ai giorni della settimana, ma probabilmente anche ai pianeti allora conosciuti. La compresenza di elementi cromatici discordanti (le punte della tavola, le pedine) sembra rappresentare la visione dualistica del mondo nella antica cultura indoeuropea, caratterizzata dal conflitto tra il bene e il male, la vita e la morte.
A differenza degli scacchi, rappresentazione di uno scontro tra due eserciti, un gioco di pura strategia dove niente è lasciato al caso (cioè determinato dai dadi), il backgammon, nella sua capacità di miscelare componenti di abilità e fortuna, simboleggia una certa visione dell'esistenza umana. L'esito di una partita non può essere pianificato a priori così come il successo nella vita: la sorte è importante quanto l'ingegno, sebbene, in realtà, molti giocatori esperti non concordino con l'idea che il backgammon sia un gioco in cui la fortuna occupi un ruolo determinante; molti di essi infatti sostengono che un giocatore bravo vince più spesso perché sa ottimizzare i lanci più fortunati, minimizzando al contempo i danni di quelli meno favorevoli.

Gioco della tela
Infine parliamo del gioco della Tela, o Mulino, anch’esso citato nel libro di Alfonso, un gioco altrettanto famoso e diffuso anche qui a Genova, nel Medioevo ma non solo, come ci si può accertare prestando attenzione ai gradini centrali di due famose chiese: Santi Cosma e Damiano e San Lorenzo.
Le regole della Tela? Sono rimaste invariate nei secoli: su una scacchiera costituita da tre quadrati concentrici tagliati a metà su ogni lato da una linea, i due giocatori dispongono le tre pedine  a loro disposizione a turno all’estremità di ogni linea. Vince colui che per primo riesce a disporre le tre pedine sulla stessa linea.

 

Bibliografia
Dante, La divina CommediaIl Purgatorio, Canto VI.
Verdon  Jean, Feste e Giochi nel Medioevo, Milano, 1980
Le gemme e gli astri - Il Lapidario di Alfonso il saggio, Milano, 1997
Tosin Luca, Dadi, gioco proibito nel Ponente Medievale, Genova,
Cipollina Giovanni, Regesti di Val Polcevera (Voll. 1 e 2), Genova, 1932
Svetonio, Le vite di dodici Cesari, traduzione a cura di Vitali G., Bologna, 1962.
Ceccoli Giancarlo, Giocare nel Medioevo, Repubblica di San Marino, 2004

E infine un ringraziamento alle pittrici della Compagnia per aver dipinto le Tavole dei Giochi, Francesca Cristini e Tiziana Ciresola.
a Gabriella Lussana per aver trovato nella sua continua ricerca di documenti storici genovesi i Regesti della Valpolcevera e il testo dello Statuto di Cosio, nonché aver dimostrato una infinita pazienza nei confronti del sottoscritto.
Un ringraziamento a Daniela Marella e Simona Sergio per avermi segnalato le tavole della Tela scolpite nei gradini.
Un ringraziamento a tutta La Compagnia Dei Balestrieri del Mandraccio per avermi permesso di fare questo lavoro.


Il gioco della Tavola Reale (Backgammon)
miniatura tratta dal Libro de los Juegos, ms. T.I.6,
Madrid, Biblioteca dell’Escorial

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