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IL CIBO NELLA GENOVA MEDIEVALE Storia, usi, costumi, curiosità e ricette
INDICE PREFAZIONE Uova Pesce Carne Pasta Pane Formaggio Verdure Erbe aromatiche e spezie Vino Miele Legenda termini medici RICETTE Premessa Primi Piatti Corzetti Lasagne Maccheroni del paese di Bengodi Minestra di Borragini Riso strapazzato con zafferano Pesce Acciughe/sardine ripiene alla rovescia Bagnun (zuppa tipica consumata sulle navi genovesi fin dalle origini) Pesci bolliti saporiti Pesci fritti e accomodati Seppie al nero di seppia Carni Pasticcio di capretto Pasticcio di coniglio Pollo al coppo
Torte, Tortelli e Frittelle Frittelle di formaggio Pastello (torta) di gamberi Pasticcio di fave fritte per ghiottoni Torta di formaggio e uova, senza lardo (*) Torta di maiale e sapori Tortelli di pesci Tortelli di pesci e verdure Torta di porri Torta di sardelle Torta di scalogni o cipolle Secondi piatti poveri Panissa Scripilita (alias Farinata) Scripilita de cacio (alias Focaccia al formaggio) Uova alla brace Uova in tortelli Uova strapazzate con piselli Dolci Mele cotogne avvolte in pasta Pasta di Mele Cotogne con vino Pasticcio di pere Torta di albicocche o ciliegie e spezie Torta Diriola Torta dolce di spinaci Torta in balconata Tortelli di zuccharo rosato Vino speziato Vino al pepe e fichi secchi BIBLIOGRAFIA
Non è semplice attingere e reperire notizie sicure sui particolari della vita medioevale, perché troppo ancora giace intonso tra gli in-folio e in-quarto dei manoscritti genovesi appilati nel ricco Archivio di Stato e forse pure tra gli scaffali delle varie Biblioteche della nostra città. Tuttavia, qualcosa si è trovato sfruttando risorse a volte inconsuete, come epistolari scambiati tra viaggiatori del tempo che si invitano a vicenda a passare da Genova per approvvigionarsi di barili di acciughe salate molto apprezzabili e a buon mercato, oppure gli elenchi di sanzioni previste per le inadempienze in campo igienico-sanitario oppure ancora i prezziari stabiliti per le rivendite di pane, torte salate e altro ancora.
Non ci sono pervenuti ricettari o manuali di cucina dettagliati come quelli cui siamo abituati, ma abbiamo informazioni indirette tramite citazioni di ingredienti o suggerimenti su come prepararli.
La realtà quotidiana a Genova, ricostruibile attraverso la lettura di testi (cercati, trovati e “setacciati”), inventari, atti di compravendita o accomandita, resoconti di reperti archeobotanici e archeozootecnici in campagne di scavi archeologici organizzate in siti civili e militari, era un po’ diversa, perché forse Genova costituiva una sorta di isola felice o comunque particolare rispetto ad altri Comuni del tempo, italiani e non. Questo grazie all’ottima posizione geografica che favoriva la coltivazione di prodotti agricoli che, uniti alle risorse ittiche ed alle preziose merci alimentari (spezie) importate dalle terre lontane verso cui si spingevano i solerti mercanti locali, permettevano ai Genovesi di usufruire di una cucina varia ed anche discretamente ricca per il periodo. - il Manoscritto n. 158 della Biblioteca Universitaria di Bologna, edito da Francesco Zambrini a Bologna nel 1863, con il titolo di "Libro della cucina del secolo XIV", noto come Anonimo Toscano; - il "Liber de coquina", volume interamente in latino pubblicato da Marianne Mulon nel 1968, dedicato a Roberto D'Angiò e conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi; - l'"Anonimo meridionale" trascritto nel 1985 da Ingemar Boström, i cui originali manoscritti in latino appartengono ad una collezione privata di Stoccolma; - il frammento del codice 1071 della Biblioteca Riccardiana di Firenze, unico manoscritto su carta del genere, trascritto da Salomone Morpurgo nel 1890. La caratteristica che salta principalmente agli occhi in queste raccolte di ricette è che non esiste un elenco di ingredienti dosati per determinato numero di commensali. Va da sé, quindi, che il curatore moderno debba fare affidamento sulle proprie cognizioni in materia e fornisca una lista sperimentata di prodotti in quantità determinata riferita al numero di persone che possono goderne in razione appropriata. Uova (torna all'indice) E' una sorpresa accorgersi di quanto fosse diffuso il consumo di uova, acconciate in frittelle, frittate o torte, ma pure alla brace, forse cotte anche semplicemente accostandole alla brace, come visibile nella miniatura a colori del manoscritto BN (Biblioteca Nazionale di Parigi) n. a.l. 16073 - fol. 102. Dai Frati le uova erano considerate un alimento altamente energetico, tanto che, per esempio, i Monaci Cluniacensi prescrivevano razioni extra di uova ai salassati ed ai convalescenti, e non a caso la moderna Farmacopea riconosce a questo semplice alimento il potere di rinforzare il sistema immunitario. In Liguria, si custodivano preziosamente le uova deposte il giorno dell'Ascensione perché si diceva che seccassero, quindi potevano essere conservate per esporle alle finestre e far placare i temporali. I boscaioli della Val Bormida consumavano le uova deposte in quella festività perché convinti che avrebbe preservato loro da eventuali cadute accidentali. E' inoltre tramandata una ricetta di minestra semplicissima ma gustosa, a base di Borragini e uova sbattute con formaggio grattugiato, come pure una a base di piselli o fave cotte in umido con cipolla, olio e maggiorana o prezzemolo o rosmarino e l'aggiunta di uova sbattute con formaggio grattugiato a fine cottura. Pesce (torna all'indice) Molto diffusi erano i piatti a base di seppie, calamari, tinche, acciughe, sarde, lamprede, anguille e simili, il cui consumo era ovviamente maggiore nelle zone limitrofe a specchi d'acqua dolce o salata, e molto più della carne soprattutto per motivi religiosi. Non ci si deve stupire di questa particolarità, in quanto la vita medioevale era scandita in ogni sua parte dal rispetto delle regole fissate dal Cattolicesimo. Il consumo di pesce non contravveniva al rispetto della memoria di Gesù (legato alla figura del Pescatore e quindi al pesce), essendo un alimento di "magro" per eccellenza, più facilmente reperibile anche in proprio, e assolutamente prescritto al venerdì nei periodi di Avvento, Quaresima, Pentecoste e Santa Croce (14 Settembre). La freschezza di un alimento altamente deperibile come il pesce era garantita ogni giorno a fine mercato da appositi "gabellieri" incaricati di mozzare le code ai pesci avanzati, per evitare che il giorno successivo fossero spacciati per appena pescati. I pesci erano consumati bolliti, o accomodati in saporite frittelle unite a sapori vari, o in umido con l'aggiunta di mandorle (utili per conferire ai piatti un aspetto immacolato e favorire l'assorbimento dell'"umido" rilasciato dal prodotto fresco), ed infine fritti, ma accomodandoli "in scabece" (termine derivato da una parola Araba, il moderno "in carpione"), ossia coperti di aceto o meglio ancora Vinagresto, una spremitura di uva acerba facilmente deperibile, molto usato per conferire a carne e pesce un sapore agrodolce, perché l'aceto non era molto buono a causa della bassa gradazione alcolica dei vini. Carne (torna all'indice) La carne era meno diffusa sui deschi del popolo sia perché era più proficuo utilizzare le bestie per i lavori (buoi nei campi e mucche per il latte), sia perchè più difficile da procurare dato che generalmente i boschi erano dei feudatari, sia per motivi religiosi, per cui era destinata alle celebrazioni di feste comandate che prescrivessero la ricchezza della tavola, quasi a esorcizzare i consueti periodi di penuria e digiuno.Al contrario, i Signori potevano contare sulle proprie riserve di caccia in cui "fare la spesa" dilettandosi nell'esercizio della caccia a cinghiali, pernici, starne, pavoni, caprioli e simili. Il popolo consumava soprattutto animali da cortile e carne di maiale, animale facile da allevare con poca spesa grazie agli avanzi e di cui veniva utilizzato tutto. A Genova (e non solo) i macellai dovevano esporre sul bancone le teste degli animali cui
appartenevano i pezzi di carne esposti, perché fosse lampante che tipo di
animale si sarebbe consumato. Altri animali le cui carni erano apprezzate e più facilmente trovabili nell'elenco di pranzi luculliani allestiti in particolari occasioni da benestanti, erano: volatili di ogni genere, compresi i pavoni, descritti spesso presentati su vassoi corredati delle loro magnifiche piume colorate e con il fuoco che usciva dai becchi; orsi, cervi, daini, cinghiali e persino castori, ovviamente nelle zone in cui erano diffusi. La carne bovina, dato che proveniva da animali allevati allo stato brado, risultava coriacea per cui era sottoposta a triplice cottura: prima sbollentata, quindi cotta in umido ed infine, dove necessario, anche fritta. Pasta (torna all'indice) Altro alimento base che ritroviamo citato sia nei testi di cucina ante litteram sia in letteratura, è la pasta, prodotta da artigiani e venduta "secca". Per quanto riguarda strettamente Genova, da atti notarili di contratti di lavoro, desumiamo che si produceva pasta fresca, venduta secca, lasciandola forse asciugare su tralicci di legno (come mostrato da una miniatura a colori dal manoscritto Series Nova, 2644, Tacuinum Sanitatis, f. 45v), nelle forme di vermicelli, ravioli, corzetti, lasagne, tria ianuensem/fidelis, tipo spaghetti sottili. La pasta era poi condita con olio d'oliva, il condimento più diffuso in tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, cui si aggiungevano sapori tritati o sminuzzati nel mortaio (prezzemolo, maggiorana, basilico), aglio e infine formaggio grattugiato. L'uso del burro è invece attestato, prima del Rinascimento, presso i popoli del Nord che non godevano del clima mite necessario allo sviluppo dell'olivo. Era molto usato anche lo strutto, economico derivato dal maiale, soprattutto per le fritture sia salate sia dolci. I ravioli racchiudevano un ripieno di verdura (spinaci, bietole, ortiche, borragini ed erbette), formaggio e uova. Le lazagne erano quadrati di pasta di cm 4 di lato che venivano consumati con l'ausilio di uno stecco di legno di circa cm 20, prima dell'avvento della forchetta (XI secolo). Notizie sulla diffusione della pasta in epoca medioevale ci sono anche fornite dalla
cronachistica coeva e persino dagli scritti di predicatori molto ascoltati al
tempo. Pane (torna all'indice) Il pane era sicuramente l'alimento base (oltre che il più diffuso "piatto", inteso proprio come supporto su cui versare il cibo da consumare), era impastato con farina non raffinata e acqua e cotto, quasi certamente, sotto la brace in forni a legna comuni o di proprietà del Signore (se in un possedimento feudale) o di un fornaio (se in città), dietro pagamento di una somma di denaro. La farina poteva essere di grano, avena, castagne, farro e segale, che spesso era della qualità "cornuta" perché la pianta era facilmente attaccata da un parassita capace di modificare le proprietà organolettiche in un tossico allucinogeno (pare che questo, come l'uso diffuso dell'Assenzio, abbia contribuito alle numerose visioni mistiche e demoniache comuni nel Medio Evo). A Genova il pane era prodotto e venduto dai Fornarij e dai Pancogoli (i
genovesi Farinotti, ossia rivenditori di gastronomia da forno in genere) dai quali si potevano
anche acquistare torte
salate ripiene, solitamente costituite da tante sfoglie sottili sovrapposte,
intercalate da uova, formaggio molle e Erbette come maggiorana, salvia,
prezzemolo, basilico, aglio che prevalevano nei periodi di carestia. I
pancogoli vendevano anche piccoli arrosti, torte salate grandi e piccole quali le Altrocreas di pane e carne che si
continuano a produrre sull'Appennino Ligure e sono conosciute con il
nome di Panatte; la "Scripilita/Scribilita" (odierna
Farinata), e la "Scripilita/Scribilita de cacio" che
corrisponde ad una focaccia al formaggio tipo "Recco". Le botteghe dei Fornarij e dei Pancogoli dovevano rispettare determinate
prescrizioni, tipo avere una scaffalatura in legno vicina alla bocca del forno
per riporvi i prodotti cotti appena sfornati perché non si sporcassero e che
ogni "pezzo" avesse il peso stabilito dal Comune. Come tutte le Arti a Genova, anche i "Fornari e Cuocitori di Pane" avevano una loro Corporazione con una chiesa o cappella in cui omaggiare e festeggiare il proprio Santo protettore. Da un documento del 26 Novembre 1396 redatto dal Notaro Cristoforo Revellino risulta che in quella data deliberarono, "di concerto coi Consoli dell'Arte", di costruire, nella chiesa dei Servi a Genova, una cappella dedicata a San Benigno, santo protettore della loro Arte, perché da tempo non riuscivano più a recarsi alla festa del loro patrono a causa della distanza, della cappella originaria di San Benigno situata a Capo di Faro, oltre un miglio da Genova. Formaggio (torna all'indice) Il formaggio era un altro alimento diffuso tra il popolo, perché facile da reperire e spesso prodotto anche in proprio dai contadini che avevano bestie da latte nella stalla. Generalmente era prodotto sotto forma di ricotta, cagliata, formaggetta fresca molle oppure stagionata. A Genova, come da sempre e ancora nel ‘400, i Formaggiai erano allocati soprattutto nella
zona dei Piani di Sant'Andrea. A comprova esiste un atto notarile del 25
Aprile 1224 che testimonia di una dote ricevuta da tal Giovanni, figlio di
Guglielmo Maggiolo da Boasi, dalla futura sua sposa Verde, e registrato
proprio "In Genova, nella casa, ove abita detto Giovanni formaggiaio,
posta alla porta di S. Andrea". Verdure (torna all'indice) Naturalmente erano consumate moltissimo anche le verdure, a Genova coltivate praticamente sulla riva del mare. A riprova di ciò, ci sono pervenuti atti di compravendita di case con orto nella zona di Sampierdarena, appena dietro all'attuale zona portuale, oltre due testimonianze toponime (tra le tante esistenti): Piazza delle Vigne con la famosa Chiesa omonima, perché vi cresceva la vite e la zona di Prè, termine che deriva dal Genovese pruei, cioè "prati", su cui, pare, a Calendimaggio i giovani si abbandonassero a festosi balli cantando "A l'entrada del temps clar", un motivo Occitano molto diffuso nel Medioevo sia a Genova che nel nord Italia. Erano usate le melanzane (melongiane), i topinambur: tuberi usati come le
patate prima che queste fossero importate dalle Americhe e rigogliosi nel
torrente Bisagno, gli spinaci, le bietole. Erbe aromatiche e spezie (torna all'indice) Nel panorama gastronomico medioevale, che procede di pari passo con quello
"medico", un
posto d'onore è rivestito dalle Erbe Aromatiche, alias Sapori o Erbette quali:
Maggiorana, Basilico, Salvia, Cerfoglio, Prezzemolo, Alloro, Finocchio, Anice,
Aglio, per citare le più note ancor oggi e dalle Spezie: Pepe, Cannella,
Zenzero, Noce Moscata, Chiodi di Garofano e Zafferano, con le quali venivano
arricchiti cibi e bevande consumati in quel periodo. La moderna farmacopea ha comprovato alcune curiosità e proprietà riguardo alle principali Erbette e Spezie, note al tempo. Dello Zenzero (Zingiber officinalis) si pensava possedesse virtù toniche, antisettiche, antiscorbutiche e febbrifughe. Il suo distillato era considerato il miglior rimedio oftalmico possibile. La moderna Farmacopea lo ritiene un valido decongestionante. La Cannella (Cinnamomum zeylanicum) era utilizzata come astringente intestinale, per cui usata nei casi di diarrea; si riteneva certo che favorisse l'emissione di urine e sudore, che fortificasse cuore e cervello, che aiutasse la digestione, che espellesse le flatulenze e preservasse dalle malattie contagiose. L'olio di Cannella era prescritto come rimedio contro il "tremore delle giunture". La moderna Farmacopea le riconosce le prerogative di ricostituente sano, di blando afrodisiaco, di potente disinfettante naturale, utile sia per l'intestino che per combattere l'influenza (grazie al Fenolo, uno dei suoi fondamentali principi attivi) , nonché di rendere i denti bianchi. I Chiodi di Garofano (Caryophyllus aromaticus) nel Medio Evo godevano di una sorprendente fama quale potente antisettico (adatto a ben conservare qualsiasi alimento liquido), vermifugo, analgesico e stomachico; era ritenuto capace di guarire il mal di testa, la gotta e le ulcere; di preservare dalla peste e attenuare la sordità. Il loro prezzo era molto elevato a causa della lontananza del luogo di origine e sviluppo, cioè le Isole Molucche, in Malesia. L'attuale Farmacopea conferma le qualità riconosciute già in quell'epoca lontana, oltre ad aver scoperto la loro capacità di rafforzare la memoria, preservare le vie respiratorie e coadiuvare la prevenzione dentale. Al riguardo, chi non rammenta il sapore intenso e stucchevole che resta in bocca dopo una visita dentistica? Della Noce Moscata (Myristica fragrans) si riteneva che fortificasse il cervello, il cuore, lo stomaco e rendesse grandi servigi a "coloro che vanno sul mare" (mal di mare), nonché essere un ottimo stimolante generale dell'organismo umano. Nel Medio Evo era tenuta in gran considerazione, tanto che il prezzo di una libbra equivaleva a quello pagato per mezzo bue o tre montoni. La moderna Farmacopea ne riconosce appieno le proprietà antisettiche e carminative soprattutto a livello intestinale, oltre che blandamente sedative. Nel paese d'origine, le Filippine, è considerata un medicamento principe. Il Pepe (Piper nigrum) era una spezia importante, usata addirittura come moneta di scambio come il sale e l'ambra. Quest'uso è documentato anche al di fuori dei confini della nostra città, tanto che a Venezia coloro che si occupavano di mercatura erano definiti i "messeri del pepe" e a Londra omonimamente qualificati come "Pepperers". Nel Medio Evo non era usato soltanto il pepe nero considerato un eccezionale febbrifugo e digestivo, ma anche quello "lungo (Piper longum) che, da tradizione medica araba, era impastato con sale e cipolla tritata per preparare un impiastro per combattere la calvizie; e infine il "Cubebe" (Piper cubeba) considerato utile per neutralizzare le infezioni delle vie urinarie e per preservare le vie respiratorie. Lo studioso medioevale Pier De Crescenzi (1233-1321), nel suo corposo quanto interessante trattato "De Agricultura", sostiene che il vino a base di pepe e fichi secchi fosse ottimo per curare l'asma, mentre il pepe macinato e mischiato con i medesimi fichi secchi aiutasse la digestione. Tuttavia, lo sconsigliava ai tipi "fegatosi" perché il pepe era considerata una spezia "calda", quindi eccitante. Lo Zafferano (Crocus sativus) era già noto agli Arabi e fu diffuso dai Crociati nei territori dell'attuale Europa, trovando terreno e condizioni climatiche ideali soprattutto in Italia. Era molto usato nelle preparazioni sia dolci che salate per il suo sapore gradevole e per il colore delicato che conferisce ai cibi. Pier De Crescenzi riconosce le sue proprietà sedative (confermate dalla Farmacopea odierna), oltre ad attribuirgli qualità corroboranti, tanto da consigliarlo quale rimedio contro gli svenimenti e la debolezza; nonché di preservare l'uomo dall'istinto di bere e mangiare in modo smodato. Infine, ci tramanda che un impacco di zafferano mischiato con tuorlo d'uovo e rose, applicato sugli occhi arrossati, era utile per eliminare l'inconveniente. Per quanto riguarda le Erbette, i cosiddetti Sapori, esistono informazioni interessanti e insolite. Esse rivestivano un posto notevole sulle mense e nella saggezza popolare del tempo per le loro proprietà terapeutiche, digestive o comunque curative, per la maggior parte comprovate dalla moderna Farmacopea Il Basilico (Ocimum basilicum), portato dall'India da Alessandro Magno e coltivato già dagli antichi Romani, era ritenuta un'Erba Reale, sia per il suo sapore gradevole sia perché utile come calmante e digestivo. Si credeva che porre dei vasetti di questa pianta sui davanzali tenesse lontane le forze maligne. Il Timo (Thymus serpyllum e Thymus vulgaris) era considerato un ottimo calmante e utile per difendere l'organismo dalle malattie, tanto che Carlo Magno, nei Capitolari, ne prescriveva la coltivazione obbligatoria per le sue fantastiche virtù stimolanti, toniche e antispasmodiche dell'apparato digerente, respiratorio, nervoso e circolatorio, nonché per le sue proprietà antidiarroiche e vermifughe. La moderna Farmacopea lo ritiene un antibiotico naturale. La Salvia (Salvia officinalis) era apprezzata
per le sue proprietà digestive, confortanti e addirittura cotta nel vino
offriva sollievo contro l'Epilessia e la paralisi. L'Alloro (Laurus nobilis) era ritenuto utile per conservare legumi secchi, riso e farine preservandole da farfalline e parassiti. Non a caso ancora oggi i fichi secchi provenienti dal Meridione sono impacchettati con le foglie d'alloro. Era considerato efficace per lenire i dolori di origine nervosa e l'apatia, oltre che come digestivo e per conferire alle carni un inconfondibile e delicato sapore. Il Rosmarino (Rosmarinus officinalis), il
cui nome significa "rugiada di mare", era molto apprezzato già
nell'antichità, in cui era considerato il simbolo dell'amore, del matrimonio e
della morte. Si racconta che nel 1300 la settantaduenne regina d'Ungheria,
Elisabetta, affetta da gotta e reumatismi, usò tanto Rosmarino che ringiovanì a
tal punto che il re di Polonia si innamorò di lei conducendola all'altare, e da
allora si diffuse l'uso dell'"acqua della regina d'Ungheria". La Menta (mentha piperita) era usata come un dentifricio e collutorio naturale, un antiemetico e utile rimedio per i casi di inappetenza, oltre che utile contro gli svenimenti e i rischi di Mastite, nonché un delicato "savore oliente" per insaporire carni, pesci e torte salate. Il Prezzemolo (Petroselinum sativum) era apprezzato fin dall'epoca Romana perché si riteneva contribuisse al vigore fisico e mentale, virtù accertate anche dalla moderna Farmacopea, per cui era sempre somministrato in gran quantità ai gladiatori prima dei combattimenti nell'arena. Era giustamente considerato un valido ricostituente, un potente diuretico, febbrifugo, depurativo dell'organismo oltre che un gradevole savore oliente per insaporire verdure, uova, carni e pesci. L'Anice (Pimpinella anisum), proveniente dalla Cina, era nota in Occidente già nell'VIII° secolo e nel XIII° secolo il grande studioso Alberto Magno ne raccomandava l'uso per i suoi pregevoli effetti stimolanti su tutto l'organismo, comprovati dalla moderna Farmacopea. Infatti, tonifica il muscolo cardiaco; favorisce le funzioni delle cellule nervose, specie quelle del cervello e del midollo spinale; stimola la digestione e combatte tosse, asma e bronchite. Infine, possiede un inconfondibile e delicatissimo sapore che risulta piacevole al palato usato nei vini, nei liquori e nei dolci. Si credeva inoltre che i suoi semi verdi bruciati in un imbuto cui era esposto un orecchio, ne guarissero la sordità. Il Finocchio (Foeniculum dulce), pianta autoctona del bacino del Mediterraneo, è da sempre stata apprezzata per il suo sapore delicato e dolce, nonché per le fondamentali virtù carminative, digestive, stimolanti, diuretiche e toniche. Era comunque un apprezzato rimedio contro le affezioni polmonari e, assieme a timo, rosmarino e salvia come validissimo antiparassitario. Era molto usato nella preparazione di cibi sia dolci che salati. Un posto di rilievo infine era occupato da aglio, cipolla e porro L'Aglio era noto e coltivato già in epoca
pre-cristiana. Sia gli antichi Egizi che i Romani ne prescrivevano una testa al
giorno ai soldati per garantire loro la necessaria forza fisica. Carlo Magno
nei Capitolari, ne rendeva obbligatoria la coltivazione come per
il Timo per le sue innumerevoli virtù di antisettico, vermifugo, diuretico,
tonico e febbrifugo. Come l'Aglio, anche la Cipolla era nota fin dall'antichità ed enormemente consumata nel Medio Evo, sia per la sua facile reperibilità sia per le riconosciute proprietà benefiche quale antisettico, depurativo, digestivo, vermifugo, antispasmodico e persino come ottimo rimedio contro tosse ed asma. Nei secoli si sono aggiunte anche virtù antioscorbutiche e antidiabetiche. Era apprezzata in torte, zuppe, preparazione di carni, pesci, uova e salse. Il Porro, facilmente reperibile allo stato selvatico, era molto apprezzato per il suo sapore più delicato delle cipolle, quindi si potevano ottenere gradevoli zuppe, frittate, torte salate, contorni nei piatti di carne di ogni genere o di pesce. Le foglie crude erano usate per lenire gli effetti delle punture di insetti. Vino (torna all'indice) A Genova, come in Italia e nel resto dell'attuale Europa non era molto apprezzato il solo uso dell'acqua…… del Bronzino, definizione genovese legata al nome proprio del più antico Acquedotto della città che dalla Val Bisagno scendeva fino al porto tramite arditi ponti di origine Romana, di cui resistono ancora arcate in buono stato. Nel suo tragitto passava anche per via "aerea" sopra Salita S. Caterina (come illustrato da un quadro Ottocentesco). I vini medioevali in genere erano a bassa gradazione alcolica, quindi si trattava di Vinelli,
il cui valore organolettico era alquanto povero a causa dell'inesistente
cultura sugli incroci dei vitigni e sui processi di vinificazione. Bisognerà
attendere il Rinascimento per veder comparire i primi trattati scientificamente
validi in campo di catalogazione dei vitigni, sperimentazioni di incroci e di
vinificazione, del tipo del "De natura vinorum historia" di
Andrea Bacci, medico di Papa Sisto V°. A Genova il consumo del vino costituiva una voce importante nel bilancio della Repubblica, garantendo un introito annuo di circa 28.000/30.000 lire, utilizzato per pagare gli stipendi agli armati, nello specifico i Balestrieri, in forza in un numero considerevole di fortezze, di cui ormai purtroppo abbiamo solo notizia dai documenti e dalla letteratura, nonché dai bilanci statali pervenutici. Infatti, mescendo vino si pagava la Cabella Pinta Ianue, una tassa riscossa dagli Emptores, uomini danarosi che anticipavano con rate trimestrali (in
numero di 4 per un ammontare di Lire 300/anno) una quota di tale gabella al
Comune e si impegnavano, dietro giuramento solenne, a riscuotere l'imposta dai
tavernieri. Tale imposta era riscossa due/tre volte alla settimana tra il
sorgere del sole e la 23^ ora dal 1 Marzo al 31 Agosto; dal sorgere del sole al
suono delle campane dell'Ave Maria serale dal 1 Novembre al 28 Febbraio; il
restante periodo di circa 49 giorni liberi era suddiviso variamente nell'anno,
con un minimo di due giorni a Gennaio e 10 in Agosto. Infatti, da metà
Settembre al 25 Dicembre era vietato mescere il vino novello perché ritenuto
non ancora pronto. Non a caso, proprio nel Medio Evo sono nati due termini che indicano frode in campo
vinicolo, "cancarone" e "infinocchiare". L'oste disonesto
soleva annacquare il vino per diminuirne la già bassa gradazione alcolica ma
soprattutto per lucrare sulla quantità di vino acquistata, creando il cancarone. Oppure serviva all'avventore cibi a base di semi di finocchio, che
hanno la singolare proprietà di addolcire tanto le papille gustative da
annullare la sensibilità verso i sapori successivamente introdotti in bocca. L'importanza economica rappresentata dalla gabella sul vino fu comunque resa possibile
dall'uso comune che tutti facevano di questa bevanda alcolica, essendo
considerata più sicura e medicamentosa, rispetto all'acqua che ovviamente non
godeva dei sistemi di disinfezione scoperti secoli dopo. A ulteriore supporto di questa tesi non bisogna dimenticare le numerose notizie di vini aromatizzati con spezie, erbe e fichi secchi, miele, soprattutto di Tiglio, cui erano riconosciute proprietà sedative. Miele (torna all'indice) Il miele
era il dolcificante per eccellenza, perché facilmente reperibile in natura,
malgrado ci siano pervenute ricette che usano lo zucharo per dolci
semplici a base di pasta sfoglia ripiena di spezie dolci magari
unite a mele, pere, ciliegie, mele cotogne, uvetta, nocciole, pinoli o
mandorle. Legenda termini medici (torna all'indice) Antiemetico: contro il vomito Carminativo: che favorisce l'espulsione dei gas intestinali Colagogo: che stimola l'attività del pancreas e del fegato Rimedio oftalmico: contro le infezioni degli occhi Stomachico: che stimola le funzioni dello stomaco
Premessa (torna all'indice) Le ricette medioevali pervenuteci non prevedono una lista ingredienti con dosi precise o gli aromi da usare e, alle volte, neanche l'esatta composizione dei miscugli di spezie, quindi l'esperienza, il confronto fra più ricette su libri diversi e tante prove hanno determinato i dosaggi descritti. A dimostrazione di quanto asserito, ecco due esempi di ricette nella loro trascrizione originale: "I pesi [piselli] freschi cuocili con oglio, sale,spezie, zaffarano, ova dibattute e dà a mangiare" (da "Il liber de coquina") [Vedere la ricetta delle "Uova strapazzate con piselli"]. "Torta di sardelle. Volse far IIII morselli piccholi dell'una e poi le frigi al modo di cialdelle et abie bactuto di tenche et trane le spine et lacte di mandorle duro e copto et olive ben concie sinsa noccioli dato loro un bollore et bone spetie et groco [zafferano] et dateri et uve saracinesche [uvetta] et pinocchi [pinoli] et fa una crosta di socto et una di sopra.". (XX - Manoscritto n. 158) [Vedere la ricetta della "Torta di sardelle"]. AvvertenzeIl tempo indicato per la cottura in forno è riferito ad un forno a gas già caldo. Con l'indicazione sapori (erbe/savori olenti) e spezie si intendono tutte quelle conosciute e si sottintende che possono essere usate a scelta assecondando i gusti personali, visto che nelle ricette originali non vengono specificate, a parte lo zafferano che compare sempre come ingrediente indicato. Quindi per "Sapori" si intendono: maggiorana, basilico, prezzemolo, salvia, rosmarino e simili; per "Spezie" si tratta di: Cannella, Noce Moscata, Chiodi di Garofano, Pepe, Zenzero e simili. Porre un po' di attenzione a non eccedere nella dose di Cardamomo, una spezia della famiglia cui appartiene lo Zenzero, che ha un sapore (già all'olfatto) molto intenso e indescrivibile perché unico nel suo genere, che ho trovato interessante aggiungere nella preparazione del capretto, quindi selvaggina. (Nella moderna Erboristeria è apprezzato, come nel Medioevo, per le sue proprietà stomachiche e antidiarroiche).
Versare la farina sulla madia ed unirvi le uova intere sgusciate e un pizzico di sale fino. Se necessario aggiungere un pochino d'acqua. Impastare energicamente fino ad ottenere una pasta soda e liscia, sbattendola ripetutamente sulla madia per ossigenarla. Ridurre l'impasto a cordoni di circa cm 0,5 di diametro, tagliarli a pezzetti da circa 1 cm indi schiacciare e tirare i pezzetti da entrambi i lati in modo da formare degli "8" approssimati. (A livello industriale ora li troviamo in commercio a forma di perfetti "8" stampigliati e piatti!). Bollire a fuoco vivo per 5 minuti in acqua salata, colarli e condirli con olio agli aromi e formaggio grattugiato. Nota: tale pasta era attestata a Genova già alla fine del XIII° secolo. Nel Meridione d'Italia assumerà altre forme, più pronunciate e con nomi diversi, tipo le Orecchiette pugliesi. Ingredienti per 4 persone:per la pasta: - 4 uova - ½ kg. di farina (se si vuole dare una parvenza di storicità, usare la farina scura di tipo "Manitoba" e non una farina di colore bianco latte) - 1 pizzico di sale - Acqua quanto basta, solo se necessario per amalgamare la farina per il condimento: - formaggio grattugiato per aromatizzare l'olio del condimento: - 1 spicchio d'aglio - 1 ciuffo di prezzemolo - 1 rametto di rosmarino - 1 foglia di alloro - 2 foglie di salvia - 1 rametto di maggiorana - 1 pizzico di origano - 1 pizzico di pepe nero - ½ bicchiere di olio di oliva
Versare la farina sulla madia ed unirvi le uova intere sgusciate e un pizzico di sale fino. Se necessario aggiungere un pochino d'acqua. Impastare energicamente fino ad ottenere una pasta soda e liscia, sbattendola ripetutamente sulla madia per ossigenarla. Tagliare in pezzi e stendere ogni parte con il mattarello fino ad ottenere un disco di spessore un millimetro. Tagliare le sfoglie ottenute in tanti quadrati di circa cm 4 di lato (la particolarità delle Lazagne medioevali è che erano di dimensioni ridotte rispetto a quelle cui siamo abituati oggi). Bollire a fuoco vivo per 3/4 minuti in acqua salata, avendo l'accortezza di aggiungere all'acqua anche un filo d'olio al fine di impedire che le lasagne si attacchino. Colarle e condirle con olio agli aromi e formaggio grattugiato (all'epoca si chiamava "piacentino", ma si suppone fosse l'antesignano dell'odierno parmigiano). Ingredienti per 4/5 persone:per la pasta: - ½ kg. di farina (se si vuole dare una parvenza di storicità, usare la farina scura di tipo "Manitoba" e non una farina di colore bianco latte) - 4 uova intere - 1 pizzico di sale - Acqua quanto basta, solo se necessario per amalgamare la farina per il condimento: - formaggio grattugiato per aromatizzare l'olio del condimento: - 1 spicchio d'aglio - 1 ciuffo di prezzemolo - 1 rametto di rosmarino - 1 foglia di alloro - 2 foglie di salvia - 1 rametto di maggiorana - 1 pizzico di origano - 1 spruzzata di pepe nero - ½ bicchiere di olio di oliva variante condimento: - 10 gr. di Funghi secchi - ½ bicchiere di olio di oliva - 1 Cipolla - Sale quanto basta - 2 cucchiai di vino bianco Questo secondo condimento semplicissimo, si ottiene facendo rinvenire i funghi secchi in acqua bollente. Colare i funghi ma conservare l'acqua in una tazza. Tritare i funghi così rinvenuti insieme alla cipolla (ideale usare il tritatutto che lo rende omogeneo e finissimo) e rosolare il tutto con l'olio in un padellino. Aggiungere il sale e bagnare col vino bianco. Quando il vino sarà evaporato, aggiungere l'acqua dei funghi messa da parte, coprire il padellino con un coperchio e lasciar cuocere a fiamma bassissima per mezz'ora. Versare sulla pasta scolata e servire caldo. Nota: per rigore storico, le lasagne dovrebbero essere consumate con l'ausilio di uno stecco in legno lungo circa cm 20, usato prima dell'avvento della forchetta. Forchetta che comunque era a due rebbi e che prenderà campo presso il popolo (incredibile, ma è così) italiano fin dalla fine del XII° secolo (primato riconosciuto anche dallo storico francese, G. Duby) e presso le classi benestanti o il clero dal XV° secolo inoltrato.
Maccheroni del paese di Bengodi Miscelare molto bene la farina e il semolino, aggiungere le uova e il sale e amalgamare fino ad ottenere un impasto sodo, ma non duro. Ridurre l'impasto a cordoni di circa cm. 0,5 di diametro, tagliarli a pezzetti grossi come una castagna e modellarli sul retro della grattugia oppure su un apposito attrezzo rigato di legno, ottenendo degli gnocchi a forma di conchiglia. Farli cuocere nel brodo, se un po' grasso è meglio perché dovrebbe dar loro il sapore. Colarli e condirli con parmigiano e burro fuso oppure olio con sapori, servendoli caldissimi. Per rispettare la ricetta appieno, bisognerebbe farli rotolare su un piano inclinato cosparso di formaggio parmigiano! Ingredienti per 4 persone:per i maccheroni: - 2 hg. di farina - 1 hg. di semola macinata finissima> - 3 uova - 1 lt. di brodo di pollo e manzo (o di dadi) - 1 pizzico di sale per il condimento: - 1 hg. di parmigiano grattugiato - 50 gr. di burro o olio extravergine d'oliva con sapori tritati per aromatizzare l'olio del condimento: - 1 spicchio d'aglio - 1 ciuffo di prezzemolo - 1 rametto di rosmarino - 1 foglia di alloro - 2 foglie di salvia - 1 rametto di maggiorana - 1 pizzico di origano - 1 pizzico di pepe nero
Lavare accuratamente le foglie di borragini e farle bollire alcuni minuti in acqua salata o brodo; sminuzzarle con la mezza luna e ributtarle nel loro liquido di cottura, aggiungendo pastina o riso. Una volta che la pastina o il riso saranno cotti aggiungere l'uovo sbattuto con formaggio grattugiato, che si rapprenderà in pochi minuti. Servire subito. Ingredienti per 4 persone:- 4 mazzetti di borragini fresche - 2 uova - 4 cucchiai di formaggio parmigiano grattugiato - 4 hg. di pastina o riso
Riso strapazzato con lo zafferano Far rosolare per circa 2 minuti il riso con la panna, salare e aggiungere il brodo caldo in cui si sarà precedentemente stemperato lo zafferano. A cottura ultimata unire due cucchiai di grana e servire caldo con altro formaggio. Ingredienti per 4 persone:- 3 hg. di riso - 1 lt. di brodo di pollo e manzo (o di dadi) - 1 bustina di zafferano - sale - formaggio grana grattugiato - 3 cucchiai di panna da cucina (sostituibile con l'olio)
Acciughe/sardine ripiene alla rovescia Pulire le acciughe/sardine dalle viscere e diliscarle ma in modo che rimangano unite;
lavarle e asciugarle bene. - 8 hg. di pesce azzurro (acciughe o sardine) - 1 pizzico di sale - 1 ciuffo di prezzemolo - 1 spicchio d'aglio - 1 rametto di rosmarino - 2 foglie di salvia - 50 gr. di olive snocciolate - olio per friggere quanto basta
Bagnun Pulire e lavare accuratamente l'aglio, la cipolla e il prezzemolo, tritarli finemente
insieme e farli rosolare con l'olio in un tegame. Aggiungere le acciughe,
pulite, diliscate e lavate. Bagnare il tutto con il vino bianco e aggiustare di
sale. Lasciare cuocere a fiamma bassissima per circa 15 minuti; aggiungere il
pepe macinato. Nota: questa antica ricetta risulta essere stata usata per secoli sulle navi della Repubblica Genovese grazie alla ridotta quantità di ingredienti, peraltro facilmente reperibili e conservabili per lungo tempo e di modesto valore economico, come attestato dalle registrazioni contabili per l'approvvigionamento alimentare dei "legni" Genovesi. (Per l'aggiunta del pomodoro, cui ora siamo adusi, bisogna aspettare la scoperta dell'America). Ingredienti per 4 persone:- 8 hg. di acciughe - 1 pizzico di sale - 1 ciuffo di prezzemolo - 1 spicchio d'aglio - 1 cipolla - 1 bicchiere di vino bianco - 1 macinata di pepe - olio quanto basta - 4 gallette del marinaio (oggigiorno sostituita dal pane raffermo o tostato e comunque forse ancora reperibile in alcuni vecchi panifici del centro storico, es. Via della Maddalena)
Far bollire i pesci per circa un quarto d'ora in acqua salata; quando sono pronti, toglierli dall'acqua e adagiarli su un piatto da portata senza buttare via l'acqua di bollitura, cui si aggiungono un po' di mandorle mondate, un trito di prezzemolo, maggiorana e menta stemperato con vinagresto o aceto e il misto di spezie; lasciare insaporire e ispessire per pochi minuti. Versare quindi sul pesce adagiato sul piatto e servire caldo. Ingredienti per 4 persone:- ½ kg. di pesci di media taglia (branzini - pagari - pagelli - naselli) - 1 cucchiaiata di mandorle bollite - 1 cucchiaiata di spezie (pepe, zafferano, noce moscata) - 1 ciuffo di prezzemolo - 1 rametto di maggiorana - 2 foglie di menta - 2 cucchiaiate di vinagresto o aceto
Togliere tutte le lische da
una manciata di pesce e pestarlo bene insieme ad un po' di pane;
stemperare il
tutto con un po' di buon vino bianco e aceto insieme con un po' di
mandorle
mondate e bollite, uvetta sultanina, spezie fini e datteri ammollati. - ½ kg. di pesce per frittura (meglio se nostrano) - 1 cipolla - 1 cucchiaiata di mandorle bollite - 1 cucchiaiata di uvetta sultanina - 4 datteri - 1 cucchiaino di spezie (pepe, zafferano, noce moscata) - 2 cucchiaiate di pane secco grattugiato - olio, quanto basta - ½ bicchiere di vino bianco - 1 spruzzata d'aceto
Lavare bene le seppie eliminando le interiora ma conservando la sacca che contiene il nero. Tagliarle a listerelle ("sminuzzali come funghi", descrive il testo medioevale) e rosolarle in un tegame con l'olio, i filetti di acciuga e un trito di aglio, porro (o cipolla), olive, capperi e prezzemolo. Aggiungere lentamente il vino bianco, mescolando per fare in modo che non bruci. Aggiungere un pizzico di sale, il nero di seppia precedentemente messo da parte e un bicchiere d'acqua. Cuocere a fuoco basso per circa un'ora; servire caldo. Nota: per praticità moderna, si può usare il nero di seppia pastorizzato venduto in bustine e acquistabile nei negozi di pesce surgelato. Ingredienti per 4 persone:- 1 kg. di seppie fresche o congelate - 1 porro (o cipolla, a seconda delle stagioni) - 2 spicchi d'aglio - 50 gr. di olive nere o verdi snocciolate - 2 o 3 filetti d'acciuga salati o sott'olio - 2 o 3 capperi - 1 bicchiere di vino bianco - 1 bicchiere di acqua - sale quanto basta - olio quanto basta - 1 ciuffo di prezzemolo
Rosolare i pezzi del capretto in
una padella con un po' di lardo, cipolla tritata, prezzemolo, rimestando in
modo che nulla bruci. - 6 hg. di capretto tagliato a pezzi - 1 uovo - 1 cipolla - 1 ciuffo di prezzemolo - 50 gr. di lardo - 1 pizzico di zafferano - 1 pizzico di pepe - 1 pizzico di zenzero - 1 pizzico di cardamomo (spezia dal sapore intenso , non abbondare) - 1 pizzico di cannella - 1 chiodo di garofano per la pasta: - 2 hg. di farina - ½ bicchiere d'acqua - 1 pizzico di sale - 1 cucchiaio d'olio
Preparare la pasta amalgamando
la farina con sale, olio e acqua fino ad ottenere una palla liscia e
soda,
stenderla con il matterello formando una sfoglia spessa. - 1 coniglio di circa 1 kg. - 1 hg. di lardo o pancetta a fettine - 1 cucchiaino di zenzero - 1 pizzico di pepe nero macinato - 1 chiodo di garofano per la pasta: - 2 hg. di farina - ½ bicchiere d'acqua - 1 pizzico di sale - 1 cucchiaio d'olio
Pollo al coppo Preparare la pasta amalgamando la farina con sale, olio e acqua fino ad ottenere una
palla liscia e soda, dividerla in due parti, stendere ogni metà con il
matterello formando due dischi rotondi e sottili. Con il primo foderare una
teglia unta d'olio. - 4 cosce di pollo - 4 fette di pancetta - 1 rametto di rosmarino - olio quanto basta per la pasta: - 2 hg. di farina - 1 bicchiere d'acqua - 1 pizzico di sale - 1 cucchiaio d'olio
Sbattere le uova con un pizzico
di sale; aggiungere l'aglio e il prezzemolo tritati, il sale, il pane
secco grattugiato e il formaggio a pezzetti. - 4 uova - 2 cucchiai di pane secco grattugiato - 1 pizzico di sale - 1 ciuffo di prezzemolo - 1 spicchio d'aglio - 1 hg. di formaggio a pasta soda (formaggetta paesana o Bel Paese o Rigatello o simili) - olio per friggere quanto basta
Lessare i gamberi. Prenderne metà, sgusciarli e pestarli insieme con la maggiorana.
Far soffriggere in olio
caldo l'altra metà dei gamberi sgusciati, colarli bene quindi unirli
al composto già preparato cui si aggiungeranno zafferano, mandorle pestate,
pinoli e fini spezie. Ricetta particolare, sicuramente ricercata, forse per un giorno di festa o per una ricorrenza speciale, tanto da chiamare in causa anche Padreterno! Ingredienti per 4 persone:per il ripieno: - 12 gamberi (o ½ kg. di gamberi sgusciati/surgelati) - 1 rametto di maggiorana - 1 cucchiaio di pinoli - 6 mandorle sbucciate - 1 pizzico di pepe nero o noce moscata - 1 bustina di zafferano per la pasta: - 125 gr. di farina - 1 pizzico di sale - 1 bicchiere acqua - 1 cucchiaio olio
Pasticcio di fave fritte per ghiottoni Lessare le fave sgusciate; pestarle
insieme con prezzemolo, timo e salvia, stemperando il tutto con un po' d'acqua.
Versare il composto così ottenuto in una padella con un filo di olio
caldo e aggiungere un po' di buone spezie. - ½ kg. di fave sgusciate - 1 ciuffo di prezzemolo - 1 rametto di timo - 2 foglie di salvia - 1 cucchiaio di spezie buone (pepe, zafferano, semi di finocchio)
Torta di formaggio e uova, senza lardo (*) Sbattere le uova in un piatto ed aggiungervi il formaggio tagliato a dadini.
Preparare la pasta, impastando la farina con sale, olio e acqua fino ad ottenere una palla liscia e soda,
dividerla in due parti , stendere ogni metà con il matterello formando due dischi rotondi e sottili.
Con il primo foderare una teglia unta d'olio e versarvi
il composto preparato in precedenza e ricoprire con il secondo disco
chiudendo bene il bordo. per il ripieno: - 2 hg. di formaggetta fresca soda tipo Bel Paese, Brà e simili - 3 uova intere per la pasta: - 250 gr. di farina - 1 pizzico di sale - 1 cucchiaio di olio - 1 bicchiere di acqua (*) Questa specificazione fa ovviamente supporre che esistesse una variante della medesima ricetta che prevedeva l'aggiunta di lardo al ripieno, forse tagliato a dadini. La prova eseguita ha sortito un gustoso effetto.
Torta di maiale e sapori Preparare la pasta amalgamando
la farina con sale, olio e acqua fino ad ottenere una palla liscia e
soda,
stenderla con il matterello formando una sfoglia spessa. - 6 hg. di "copertina" di maiale - 2 uova - 1 hg. di formaggetta fresca - 1 ciuffo di prezzemolo - 1 ciuffo di menta - spezie (zafferano - pepe - semi di finocchio) per la pasta: - 2 hg. di farina - ½ bicchiere d'acqua - 1 pizzico di sale - 1 cucchiaiata d'olio
Prendere una grossa tinca e un'anguilla
freschi, la prima cruda e la seconda bollita con erbe "olenti"
e la mezza cipolla. Togliere le spine e battere insieme i pesci,
incorporandovi buone spezie, mandorle stemperate con il brodetto
dell'anguilla e l'aglio. per il ripieno: - 1 tinca fresca - 1 anguilla fresca - ½ cipolla - 1 cucchiaio di mandorle bollite - 1 cucchiaino di spezie (pepe e zafferano) - 1 spicchio di aglio - erbe "olenti" (prezzemolo, maggiorana, menta, salvia, rosmarino) - per i tortelli: - 250 gr. farina - 1 uovo - 1 pizzico di sale - ½ bicchiere d'acqua
Lavare accuratamente gli spinaci, le
ortiche (o bietole), la menta e il prezzemolo, quindi tagliuzzarli col
coltello e soffriggerli nell'olio per alcuni minuti. Levarli dal fuoco per pestarli insieme con qualche gheriglio
di noci, un po' d'anguilla o tinca, un po' di spezie buone, l'aglio e un
pizzico di sale. per il ripieno: - 250 gr. spinaci - 250 gr. ortica (o bietole) - 1 anguilla o tinca - 1 ciuffo di menta piperita - 1 ciuffo di prezzemolo - qualche gheriglio di noci - spezie buone (pepe, zafferano, noce moscata) - 1 spicchio d'aglio per i tortelli: - 250 gr. farina - 1 uovo - 1 pizzico di sale - ½ bicchiere d'acqua
Lavare e tagliare a listarelle i porri,
metterli in un tegame unto di olio e farli rosolare brevemente. Aggiustare di
sale e lasciarli cuocere a fuoco bassissimo per circa 20 minuti,
aggiungendo due cucchiai di acqua solo se necessario. Una volta cotti, metterli
a raffreddare su di un piatto. per il ripieno: - 4 porri - 2 hg. di formaggio morbido tipo stracchino o meglio ancora cagliata (la genovese "priscinseûa") o formaggetta fresca - olio quanto basta - 1 pizzico di sale per la pasta: - 2 hg. farina - 1 pizzico di sale - ½ bicchiere di acqua - 1 cucchiaio di olio
Eviscerare, diliscare, lavare e
asciugare bene le sardine; friggerle aperte come cialde. - ½ kg. di sardine fresche - 2 hg. di tinca fresca - 1 hg. di olive snocciolate, possibilmente della Riviera Ligure - 1 cucchiaiata di mandorle bollite per circa 20 minuti - 1 cucchiaino di spezie buone (pepe, zafferano, noce moscata) - 3 datteri - 1 cucchiaiata di uvetta sultanina ammollata in acqua calda - 1 cucchiaino di pinoli per la pasta: - 250 gr. di farina - 1 cucchiaio di olio - 1 pizzico di sale - 1 bicchiere d'acqua
Prendere gli scalogni o le cipolle,
farle sbollentare per 5 minuti, scolare bene l'acqua e tritarle finemente. per il ripieno: - 1 sacchetto di scalogni o 4 cipolle - 2 uova intere - 150 gr. di formaggio fresco morbido tipo stracchino/cagliata o simili - 1 pizzico di pepe nero macinato o noce moscata - 1 bustina di zafferano (facoltativa, se non si amano i sapori dolci) per la pasta: - 250 gr. di farina - 1 cucchiaio d'olio - 1 bicchiere d'acqua - 1 pizzico di sale
In una pentola capiente stemperare la
farina di ceci con l'acqua, avendo l'accortezza di aggiungerla pian piano, in
modo da sciogliere subito i grumi che potrebbero formarsi, ottenendo così
un liquido perfettamente amalgamato. Aggiungere una presa di sale fino e porre
sul fuoco basso rimescolando senza sosta. Appena comincia il bollore, il
composto inizia a rassodarsi e dopo circa 3 minuti sarà pronto per essere
versato in due piatti fondi o un unico piatto fondo rotondo da portata. Lasciar
raffreddare. - 250 gr. farina di ceci - 1 lt. di acqua - sale quanto basta - pepe nero macinato a piacere
In una scodella capiente stemperare la farina di ceci con l'acqua, avendo l'accortezza
di aggiungerla pian piano, in modo da sciogliere subito i grumi
che potrebbero formarsi, ottenendo così un liquido perfettamente amalgamato.
Aggiungere una presa di sale fino e l'olio miscelandoli bene. Lasciare
riposare 4 ore. - ½ kg. di farina di ceci - 1,5 lt. di acqua - sale quanto basta - 1 bicchiere di olio - pepe nero macinato a piacere
Scripilita de cacio (alias Focaccia al formaggio) Si tratta di una sorta di Focaccia al formaggio di Recco ante litteram. Ci è pervenuta la
notizia della sua vendita in "prezziari" medioevali emessi dalla
Repubblica di Genova. - 125 gr. farina di grano duro - 125 gr. farina bianca 00 - 3 hg. formaggetta fresca o stracchino - 2 cucchiai di olio extravergine d'oliva - 1 bicchiere d'acqua - 1 pizzico di sale
Porre vicino alla brace le uova intere e aspettare che il guscio si apra. oppure Preparare la cipolla nel seguente modo: - 4 uova - 4 cipolle grosse
Preparare la pasta amalgamando la farina con sale, olio e acqua fino ad ottenere una
palla liscia e soda, stenderla con il mattarello formando una sfoglia di circa
2 mm di spessore e tagliare 8 quadrati di circa 10 cm. di lato. - 4 uova - 1 pizzico di sale fino - 1 pizzico di cannella - 1 pizzico di zenzero - 1 pizzico di noce moscata - 1 pizzico di coriandolo per la pasta: - 2 hg. di farina - ½ bicchiere d'acqua - 1 pizzico di sale - 1 cucchiaio d'olio
Mettere i piselli in una padella con un po' d'olio, un pizzico di sale, il rosmarino,
l'aglio, la cipolla e la salvia. Rimestare spesso per non farli attaccare al
fondo e, una volta cotti, unire le uova sbattute con il formaggio grattugiato. - 4 hg. piselli freschi sgusciati - 1 pizzico di sale - ½ cipolla - 1 spicchio d'aglio - 1 rametto di rosmarino - 2 foglie di salvia - 2 uova - 3 cucchiai di formaggio parmigiano grattugiato
Sulla madia amalgamare la farina col burro, il sale, l'uovo e il latte fino ad ottenere
una palla di pasta liscia e soda, stenderla col matterello in una sfoglia sottile;
ritagliarne dei rettangoli sufficienti a contenere le mele intere. - 1 kg. di mele Cotogne - 250 gr. di miele per la pasta frolla: - 250 gr. di farina - 75 gr. di burro a temperatura ambiente - 1 uovo intero - 2 cucchiai di latte - 1 pizzico di sale
Pasta di Mele Cotogne con vino Questa ricetta era un ottimo modo per riutilizzare le "preziose" spezie (Polvere di Ippocrasso) usate per produrre l'Ippocrasso, tipico vino speziato medievale. Pulire accuratamente le mele cotogne e porle a sbollentare per circa 20 minuti in una
casseruola con un quarto di acqua. Una volta ammorbidite, toglierle dalla
pentola, eliminare il torsolo e trasferirle nella casseruola con vino rosso,
miele e "Polvere di Ippocrasso". Come "Polvere di Ippocrasso" si può utilizzare
l'amalgama di spezie e vino risultante dalla filtrazione dell'Ippocrasso stesso
oppure farla "fresca" (vedere sotto). Si chiude in barattoli oppure si stende su un piatto, si taglia a losanghe o quadrati da servire su un letto di foglie d'alloro. Ingredienti:- 1 kg. di mele Cotogne - ½ lt. vino rosso (Bonarda o Dolcetto d'Ovada) - 3 hg. di miele - 1 cucchiaio abbondante di Polvere di Ippocrasso Polvere di Ippocrasso: Per circa due ore lasciare a macerare in un bicchiere di vino rosso, 1 cucchiaino di miele di Tiglio, 1 cucchiaino di cannella, di zenzero, di galanga e di chiodi di garofano. Le spezie devono essere in polvere. Filtrare ed utilizzare l'amalgama che rimane ...... e bersi il vino!!!!!!
Preparare la pasta frolla impastando farina, sale, uovo, latte e burro velocemente
perché, facendolo lentamente, il calore delle mani la rende troppo
"scivolosa". Lasciarla un'oretta in frigo, o comunque farla riposare
mentre si prepara il ripieno. Nota: la ricetta originale prevede la notevole quantità di zucchero, probabilmente per il fatto che le pere dell'epoca erano solo selvatiche e quindi più aspre anche una volta mature. Infatti, recita che si devono riempire gli spazi tra le pere con pari quantità di zucchero. La dose prescritta è quindi quella che è stata sperimentata, riscuotendo parere favorevole dai commensali cui è stata offerta. E' anche risultato positivo aggiungere il liquido zuccheroso sopra le pere tagliate a fette. Si è optato per questa soluzione perché la ricetta prevede che i frutti siano posti in piedi all'interno dei due dischi di pasta, con il picciolo che sporge dalla pasta, avvertendo però che all'uscita dal forno la pasta si affloscerà per il brusco sbalzo termico. Probabilmente, le pere medioevali erano anche di ridotte dimensioni, per cui si prestavano a questa preparazione e comunque non erano trattate con sostanze disinfettanti, che oggi ne sconsigliano il consumo con la buccia. Adoperando una teglia di 30 cm. di diametro o rettangolare da circa 35x25 cm., occorrono: per il ripieno:- 1,5 kg. pere morbide, tipo "Della Coscia" o "Abate" o, meglio ancora, selvatiche - 150 gr. di zucchero - ½ bicchiere di latte - 1 cucchiaino di cannella in polvere - 1 cucchiaino di zenzero in polvere - 4 chiodi di garofano per la pasta frolla: - ½ kg. di farina - 180 gr. di burro ammorbidito a temperatura ambiente - 1 pizzico di sale - 2 uova - 4 cucchiai di latte
Torta di albicocche o ciliegie e spezie Preparare la pasta frolla impastando la
farina con il burro, l'uovo, il sale e il latte fino ad ottenere una palla liscia,
metterla a riposare in frigo per un'ora o almeno fin tanto che si prepara il
ripieno. Adoperando una teglia di 25 cm. di diametro o rettangolare di circa 30x25 cm., occorrono: per il ripieno:- ½ kg. di albicocche o ciliegie mature ma sode - 2 bicchieri di vino rosso (Bonarda o Dolcetto d'Ovada) - 4 cucchiai colmi di miele - 1 pizzico di zenzero - 1 pizzico di cannella - 1 pizzico di coriandolo - 2 chiodi di garofano - 1 cucchiaio di pinoli - 3 cucchiai di uvetta sultanina per la pasta frolla: - 250 gr. farina - 75 gr. burro a temperatura ambiente - 1 uovo - 2 cucchiai di latte - 1 pizzico di sale
Torta Diriola Preparare la pasta frolla mischiando farina, sale, uovo, latte e burro velocemente
perché, facendolo lentamente, il calore delle mani la rende troppo
"scivolosa". Lasciarla un'oretta in frigo, o comunque farla riposare
mentre si prepara il ripieno. - 1 cucchiaio abbondante di cannella in polvere - 6 tuorli d'uovo - 75 gr. di latte - 150 gr. di zucchero di canna - alcuni cucchiai di sciroppo di rose Ingredienti per la pasta frolla: - 250 gr. di farina - 75 gr. di burro ammorbidito a temperatura ambiente - 1 pizzico di sale - 1 uovo - 2 cucchiai di latte
Preparare la pasta frolla mischiando farina, sale, uovo, latte e burro velocemente
perché, facendolo lentamente, il calore delle mani la rende troppo
"scivolosa". Lasciarla un'oretta in frigo, o comunque farla riposare
mentre si prepara il ripieno. - 3 hg. di spinaci - 6 cucchiai abbondanti di miele - 1 hg. di mandorle sgusciate e sbucciate - 1 hg. di scorza d'arancia candita (o fresca, quando è stagione) - 1 cucchiaio abbondante di cannella in polvere - 2 cucchiai di latte Ingredienti per la pasta frolla: - 250 gr. difarina - 75 gr. di burro ammorbidito a temperatura ambiente - 1 pizzico di sale - 1 uovo - 2 cucchiai di latte La peculiarità di questa ricetta è che è annotata nel "Medicinalia quam plurima", una miscellanea che raccoglie ricette erboristiche, alchimistiche, formule di scongiuri, scritti di noti medici genovesi, liguri e d'oltreconfine, prescrizioni igieniche, manoscritte probabilmente da un volenteroso genovese (o comunque ligure) nel XV secolo, che forse ha voluto tramandare quanto pazientemente raccolto per ogni dove, come inducono a pensare le annotazioni fatte a margine del testo. L'autore la definisce "Torta o vero a fare ravioli quadragessimali gentilissimi", a indicare la possibilità di far dell'impasto dei ravioli quadrati da friggere, ovviamente aggiungendo pane grattugiato al ripieno dolce. Si è preferito la versione "torta" perché più gradevole e digeribile.
Preparare la pasta frolla mischiando farina, sale, uovo, latte e burro velocemente
perché, facendolo lentamente, il calore delle mani la rende troppo "scivolosa".
Lasciarla un'oretta in frigo, o comunque farla riposare mentre si prepara il resto. Adoperando una teglia di 30 cm. di diametro o rettangolare da circa 35x25 cm., occorrono: per il ripieno:- 5 mele sode - 150 gr. di zucchero - 18 noci - 13 datteri - 1 hg. di uvetta - 5 chiodi di garofano per la pasta frolla: - ½ kg. di farina bianca - 180 gr. di burro ammorbidito a temperatura ambiente - 2 uova - 1 pizzico di sale - 4 cucchiai di latte per fare ½ litro di latte di mandorla occorrono: - 1 lt. di acqua - 75 gr. di mandorle sgusciate e spelate Nota: è un dolce ricco e nutriente, adatto alle temperature invernali. Aggiungendo uno strato intermedio di mele e le spruzzate di latte di mandorle (non presenti nella ricetta originale), il dolce risulta più gradevole e morbido al palato, perché durante la cottura noci e datteri tendono a indurire.
Preparare la pasta amalgamando la farina con sale, olio e acqua fino ad ottenere una
palla liscia e soda, stenderla con il matterello formando una sfoglia sottile e
tagliarla in quadrati di circa 8 cm. di lato. - zucchero a proprio piacimento (vedere il testo della ricetta) - spezie fini quanto basta (cannella - anice - zenzero - coriandolo) Ingredienti per la pasta: - 2 hg. di farina - ½ bicchiere d'acqua - 1 pizzico di sale - 1 cucchiaio d'olio
Mettere a macerare per 10 giorni nel vino il pepe e i fichi secchi usando un contenitore
di vetro con tappo, possibilmente ermetico. Agitare o mescolare giornalmente. - 30 grani di pepe nero o cubebe (sminuzzati) - 10 fichi secchi tagliati a pezzi - 1 lt. di vino nero (Bonarda o Dolcetto d'Ovada, o Dolcetto d'Ovada misto a Barbera)
"Alimentazione e cultura nel Medioevo" - Massimo Montanari - Ed Laterza - Bari - 1988 "A tavola nel Medioevo" - Odile Redon, Francoise Sabban, Silvano Serventi - Editori Laterza - Bari - 2002 "Bacco DiVino" - Antonino Pavone - Ed. Scipioni - Grotte di Castro (VT) - 2004 "Cento ricette storiche" - Massimo Alberini - Sansoni editore - Firenze - 1974 "Della vita privata dei Genovesi" - Luigi Tommaso Belgrano - Fratelli Frilli Editori - Recco (Ge) - 2003 "Di erbe si vive" - Renzo Colcos - Sugarco Edizioni - Milano - 1981 "Il mio erbario" - Maurice Mességué - Ed. Mondatori - Verona - 1978 "L'Arte dei Formaggiai a Genova tra ‘400 e ‘500" - Nicola Calleri - Edizioni Università di Genova - 1996 "La cucina medioevale Italiana tra Oriente ed Occidente" - Giovanni Rebora - Università di Genova, Dipartimento di Storia Moderna e Contemporanea - Genova - 1996 "La Cucina Medioevale/La cucina Rinascimentale" - Salemi Maria - ed. Libriliberi - Firenze - 2002 "Medici e Farmaci Scongiuri ed Incantesimi Dieta e Gastronomia nel Medioevo Genovese" - Laura Balletto - Stamperia Brigati-Carucci - Genova - 1986 "Medioevo sul naso" - Chiara Frugoni - Editori Laterza - Bari - 2001 "Piante Medicinali" - Marie Caron - Clos Jouve - Ed. Mondadori - Verona - 1966 "Regesti di Val Polcevera" (Voll. 1 e 2) - Giovanni Cipollina - Ed. Marchese & Campora - Genova - 1932 "Rimedi e scongiuri - La medicina popolare nella tradizione ligure"- Rosalba Piccoli, Marcella De Ferrari - ed. Il Golfo - Rapallo (GE) - 1998 "Sapori e profumi del Medioevo" - Roversi Giancarlo - Atesa Editrice - Bologna - 2003 "Vino e Medioevo - A chi e a che cosa rendeva il berlo a Genova, sec. XIV - XV" - Mario Buongiorno - Giuffrè editore, Milano, 1986
Ricerca svolta da: Gabriella Lussana |
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